Sunday, May 19, 2019

L'Italia e la "Nuova Via della Seta". Cui Prodest?

La firma del memorandum d'intesa sulla "nuova via della Seta" da parte del governo Conte ha suscitato speranze di grandi investimenti Cinesi in Italia, mentre ha irritato e preoccupato Washington e le principali cancellerie Europee. L'Italia non e' il primo paese membro dell'UE a firmare un'intesa simile, ma e' il primo tra i membri del G7, quelle che potremmo definire le grandi potenze Occidentali, a sostenere ufficialmente l'iniziativa Cinese. Purtroppo una valutazione seria indica che il governo Italiano si sia mosso con una certa faciloneria, genuflettendosi davanti alla superpotenza Cinese in modo poco saggio e senza nemmeno ricevere granche' in cambio.

Cos'è la Nuova Via della Seta?

Prima di tutto c'è da sottolineare un punto linguistico: il grande progetto di investimenti intercontinentali sbandierato dal governo Cinese viene tradotto come "Nuova Via delle Seta" in Italiano, ma in Cina raramente si usa questa dizione. Il nome Cinese dell'iniziativa e' 一带一路, cioe' "una Cintura ed una Via", e cosi' viene generalmente tradotto in Inglese: "Belt and Road Initiative", o BRI, abbreviazione che usero' anche io per semplicita'. La BRI si dovrebbe dispiegare su due direttrici: una "cintura economica" terrestre composta da sei "corridoi" che ricalcano in qualche modo la via della seta medioevale, con in piu' una estensione nel Sud-Est Asiatico; ed una "via della seta marittima del 21mo secolo" che si snoda attraverso l'Oceano Indiano, arrivando dalla Cina fino alla costa dell'Africa Orientale (e, secondo alcune concezioni, continuando attraverso il Mar Rosso ed il Canale di Suez fino ad arrivare al Mediterraneo ed interessare diversi porti Greci, Spagnoli e per l'appunto Italiani). L'idea sarebbe quella di rafforzare le infrastrutture, i porti e le comunicazioni lungo questi tragitti.

I sei corridoi terrestri e la via della seta marittima previsti dal progetto BRI

L'iniziativa è stata ufficialmente lanciata da Xi Jinping su finire del 2013, circa un anno dopo la sua salita al potere. Negli ultimi anni i media Cinesi non hanno smesso di parlarne, cosa che non sorprende visto che si tratta di un iniziativa legata in modo molto diretto al prestigio del presidente piu' potente ed autoritario che la Cina ricordi dai tempi di Mao, un presidente che pare intenzionato a rimanere in sella ben piu' dei dieci anni che erano diventati la norma tacitamente accettata. Nell'Ottobre 2017, durante l'importantissimo congresso nazionale del Partito Comunista Cinese che si svolge ogni cinque anni, una menzione del BRI e' stata addirittura infilata nella costituzione del partito, ribadendone l'importanza ideologica.

Considerando l'ambiguita' dell'intero progetto, e la totale mancanza di trasparenza che rimane una caratteristica del sistema Cinese, quando si parla del BRI e' molto difficile distinguere la realta' dalla retorica, gli effetti reali da quelli percepiti, le preoccupazioni sensate dalla paranoia. Leggendo gli studi piu' seri sul tema, cio' che colpisce e' che dopo piu' di cinque anni dal lancio dell'iniziativa non esiste alcun consenso riguardo alla portata dell'iniziativa ed al suo effettivo successo nel raggiungere gli obbiettivi prefissati. 

Secondo uno studio da parte del Center for Strategic and International Studies, non esiste alcuna relazione evidente tra la quantita' di investimenti Cinesi che un dato paese riceve, ed il fatto se esso sia posizionato o meno in uno dei sei "corridoi economici" che farebbero parte della nuova via della seta. L'unica eccezione sarebbe il corridoio che lega la Cina al Pakistan, ma si tratta di un progetto dalla rilevanza prettamente geopolitica, che permette alla Cina di accerchiare l'India e rafforzare il suo alleato piu' importante sul versante Sud, oltre ad assicurarsi il controllo di un porto sull'Oceano Indiano che molti credono potra' diventare una base di rifornimento per la marina militare Cinese.

Un altro studio serio indica che, ben lungi dal rappresentare una grande strategia geopolitica coerente e manovrata dall'altro, il BRI e' in realta' un piano abbastanza vago ed indeterminato, la cui spinta propulsiva deriva da interessi interni Cinesi in competizione tra di loro, particolarmente i conglomerati statali desiderosi di accaparrarsi una fetta della torta.

In parte la confusione deriva dal fatto che in Cina gli organi governativi e persino gli enti privati a tutti i livelli hanno un grande interesse ad attaccare l'etichetta della BRI su qualsiasi progetto intraprendano fuori dalla madrepatria, in modo tale da proteggersi politicamente e dare segnale della loro lealta' al presidente Xi. E' assai probabile che buona parte degli investimenti reclamizzati come parte della BRI fossero gia' stati progettati ben prima del lancio dell'iniziativa, o che in realta' abbiano ben poco a che vedere con una visione geopolitica complessiva e sarebbero stati realizzati in qualsiasi caso. Persino un compagnia Cinese che si occupa di trovare mogli Ucraine, desiderose di scappare dal loro sventurato paese, per giovani Cinesi che non riescono a trovare moglie in patria per via dello squilibrio tra i sessi, ha cercato di far passare le sue attivita' come parte della "nuova via della seta"! Dopotutto, anche l'Ucraina e' uno dei paesi interessati.

Gli investimenti Cinesi nel mondo

E' sicuramente vero che buona parte del mondo, soprattutto il mondo "in via di sviluppo", e' stato oggetto di una caterva di investimenti infrastrutturali Cinesi negli ultimi anni. La Cina soffre di una crisi di sovra-produzione, e per risolvere questo problema sta' semplicemente esportando nel resto del mondo il modello di sviluppo che ha funzionato per 30 anni all'interno dei suo confini: investire e costruire, investire e costruire, veicolando i fondi attraverso le banche Cinesi (che ovviamente sono del tutto controllati dal partito-stato) e le gigantesche compagnie statali che dominano ancora buona parte dell'economia Cinese, secondo logiche che nulla hanno a che vedere con il libero mercato, soprattutto perchè le banche non devono preoccuparsi di riavere i loro soldi con gli interessi, e le compagnie non devono preoccuparsi della redditivita' di questi progetti, siccome sono tutti coperti dallo stesso gigantesco sistema statale.

La metropolitana di Addis Abeba, costruita con fondi Cinesi

C'e' molta discussione riguardo alle ricadute sui paesi interessati. Da un lato il sistema Cinese ha finanziato progetti di un'effettiva utilita' sociale ed economica anche per i paesi riceventi, specie in Africa, dove decenni di aiuti allo sviluppo Occidentali hanno cambiato ben poco. Tanto per fare un esempio, Addis Abeba dispone da qualche anno di una metropolitana modernissima e molto utile finanziata e costruita interamente dalla China Railway Group Limited, un azienda statale Cinese. Dall'altro lato queste nuove infrastrutture non vengono regalate ma sono frutto di prestiti da parte Cinese, ed esistono preoccupazioni fondate riguardo al fatto che molti paesi potrebbero precipitare in una nuova spirale del debito, questa volta nei confronti della Cina.

Nel caso piu' eclatante, il governo del Sri Lanka si e' trovato a dover concedere in "noleggio" per 99 anni il porto di Hambantota ad un'altra compagnia statale Cinese, in cambio di 1.4 miliardi di dollari che il Sri Lanka dovra' usare per ripagare il suo debito con la Cina. Un'accordo che non puo' che far pensare al 1898, quando il debole impero Cinese si trovo costretta' a "noleggiare" Hong Kong all'impero Britannico proprio per 99 anni. Anche in conseguenza di questo caso, in molti paesi Asiatici c'è gia' stata una certa reazione avversa contro gli investimenti Cinesi. Per esempio, in Malesia e addirittura nelle Maldive governi neo-eletti hanno accusato quelli precedenti di corruzione per aver approvato progetti Cinese a costi inflazionati, ed hanno chiesto a Pechino di rinegoziare il loro debito o hanno cancellato i progetti accordati. Persino il governo della povera Birmania ha deciso di ridurre fortemente la costruzione del porto di Kyaukpyu, per l'espresso motivo di non caricarsi di un debito insostenibile.

Un immagine del porto di Hambantota, in Sri Lanka, ora in mani Cinesi

Sarebbe certamente molto triste se si dovesse ripetere una versione Cinese della trappola del debito in cui per decenni sono rimasti invischiati tanti paesi Africani nei confronti delle potenze Occidentali. Detto cio', c'e' poca chiarezza anche riguardo al rischio reale che la BRI si trasformi in una nuova forma di strozzinaggio nei confronti dei paesi piu' poveri. Un recente studio della Rhodium Group, una ufficio di consulenza Americano che produce analisi molto rispettate sull'economia Cinese, afferma che probabilmente le preoccupazioni sono eccessive. Cio' che e' successo in Sri Lanka andrebbe visto come un caso estremo; in realta', nella maggioranza dei casi i debiti tra la Cina ed i paesi debitori sono stati rinegoziati in modo abbastanza bilanciato tra le due parti. Nonostante la sua forza economica la Cina dispone di mezzi limitati per imporre il suo volere, ed anche i paesi debitori stanno diventando piu' cauti e coscienti dei rischi che incorrono. E' probabile che in realta' anche Pechino sia abbastanza sensibile alle critiche internazionali, e non voglia dare un'immagine troppa predatoria.

Il mese scorso ha rincarato la dose un articolo di Deborah Brautigam, esperta di relazioni tra la Cina e l'Africa all'Universita' John Hopkins, uscito in occasione del forum tenutosi a Pechino sul BRI. La Brautigam afferma che gli studi in proposito non hanno riscontrato nessuna prova seria che le banche Cinesi, agendo per conto del governo, stiano creando debiti impagabili apposta per intrappolare gli altri paesi e fare gli interessi strategici della Cina. La studiosa conclude affermando che la BRI "non e' una diplomazia basata sulla trappola del debito: e' semplicemente la globalizzazione con caratteristiche Cinesi".

Al di la' della questione del debito, ci sono anche altri rischi e problematiche legate agli investimenti Cinesi in giro per il mondo: la corruzione nei paesi riceventi, l'instabilita' (in Pakistan i progetti Cinesi si sono gia' attirati addosso le ire dei separatisti del Balochistan, che hanno attaccato il consolato Cinese a Karachi), ed ovviamente l'impatto ambientale. Se non mancano progetti Cinesi legati alle energie rinnovabili, ad esempio parchi eolici in Pakistan e fotovoltaici in Argentina, ce ne sono molti altri non propriamente eco-sostenibili: basti vedere le centrali a carbone che aumentano le emissioni di gas serra nei paesi che li ospitano, proprio mentre la Cina comincia a ridurre le emissioni in casa. La Cina attualmente finanzia un quarto di tutte le nuove centrali al mondo.

Promesse mancate

La trappola del debito e' un rischio che per il momento non interessa l'Italia, paese troppo grande ed avanzato per finire in una spirale di questo tipo. Ma la domanda reale è quali vantaggi possa apportare per l'Italia il sostegno ufficiale fornito a questa iniziativa interessante ma discutibile. Occorre notare che ci sono circa un'ottantina di paesi che hanno gia' firmato memorandum di intesa con la Cina legati al BRI. Anche con tutta la buona volonta' e la fantasia non si riesce a capire cosa c'entrino alcuni di essi, come la Giamaica, il Ghana o l'Ecuador, con le nuove vie della seta terrestri e marittime profetizzate da Pechino. Appare evidente che ormai l'etichetta del "Belt and Road" viene applicata agli investimenti Cinesi in qualsiasi parte del mondo, senza alcuna connotazione geografica precisa. 

La cosa piu' importante e' che questi memorandum di intesa in genere non hanno alcuna validita' legale e non parlano di investimenti specifici. Si trattano di atti simbolici e non di sostanza che servono al governo Cinese come prova della loro "soft power", ma all'atto pratico comportano ben pochi vantaggi per la controparte. Il contrasto tra il caso dell'Italia e quello della Francia e' particolarmente emblematico. In Italia Xi Jinping ha ricevuto un trattamento piu' adatto ad un monarca che ad un capo di stato, e l'Italia ha firmato il famoso memorandum. Detto cio', alla fine sono stati firmati accordi reali tra imprese Cinesi ed Italiane per soli 2.5 miliardi di euro come conseguenza della sua visita. Una somma in realta' abbastanza modesta.

Dopo la visita in Italia Xi Jinping si e' recato a Parigi, dove Macron si e' rifiutato di firmare alcun tipo di endorsement politico nei confronti del BRI. Inoltre il primo ministro Francese ha invitato unilateralmente la Merkel all'incontro, in modo da ribadire l'unita' Europea nei confronti del colosso Cinese. Ciononostante, Francesi e Cinesi hanno firmato accordi per un valore di 40 miliardi di euro. 30 miliardi derivano da un singolo accordo per la vendita' di aerei Airbus alla Cina, ma anche escludendo quell'accordo rimangono 10 miliardi, una cifra quattro volte superiore al totale per l'Italia. 

A quanto pare, la firma del memorandum d'intesa non si e' poi tradotto in questo grande fiume di soldi ed investimenti Cinesi in Italia. E' una lezione che hanno imparato anche molti dei paesi dell'Europea Centrale ed Orientale che sono entrati anche loro nella BRI negli ultimi anni, ma sono rimasti delusi dalla portata effettiva degli investimenti ottenuti. Diversi opinionisti internazionali hanno notato la differenza tra il trattamento ricevuto dall'Italia e dalla Francia, ed hanno commentato che probabilmente il governo Italiano avrebbe potuto chiedere molto di piu' in cambio del suo appoggio diplomatico. Apparendo eccessivamente entusiasti e quasi servili, i governanti Italiani hanno probabilmente dato alla controparte Cinese l'impressione di essere ormai disperati, il che non e' mai una buona base per intavolare un negoziato. Inoltre hanno fatto capire che all'interno dell'UE l'Italia e' uno degli anelli deboli della catena, e non agisce di concerto con i suoi alleati.

Naturalmente e' importante confrontarsi con la Cina, e non bisogna rifiutare a priori ogni tipo di investimento Cinese o scadere nella paranoia. Ma proclamare apertamente il proprio sostegno ufficiale alla BRI appare una scelta dubbia sia sul piano pratico, sia su quello etico. La Cina ha degli enormi dissidi irrisolti con il mondo Occidentale ed anche con buona parte dei suoi vicini, derivanti non solo da una mera competizione per l'influenza e gli affari a livello mondiale, ma da un'incompatibilita' di fondo tra il sistema politico, economico e sociale Cinese e quelli in vigore nel resto del mondo avanzato, e da visioni del mondo profondamente contrastanti. E' una situazione che va' affrontata con intelligenza, fermezza e comprensione del fenomeno, ma purtroppo i populisti attualmente al potere in Italia non hanno dimostrato di possedere nessuna di queste doti.

Saturday, April 16, 2016

La democrazia è adatta alla Cina?

Un'immagine di Eric X. Li

Un paio di anni fa' fece parecchio scalpore il "TED talk" di Eric X. Li, intitolato "Una Storia di due Sistemi Politici", in cui il sistema politico Cinese viene difeso come un alternativa valida al sistema liberal-democratico Occidentale. Gia' nel 2012, Li aveva attirato una certa attenzione con il suo articolo pubblicato dal New York Times, intitolato con poca fantasia "Perche' il Sistema Politico Cinese e' Superiore".

Eric X. Li e' un investitore ed affarista di Shanghai, attivo nel settore del venture capital. Educato negli Stati Uniti, a Berkley ed a Stanford, Li siede anche nel comitato direttivo del China Europe International Business School di Shanghai. Negli ultimi anni si e' guadagnato una certa notorietà come uno degli apologeti più presentabili ed eloquenti del sistema politico Cinese. Con il suo Inglese impeccabile, la sua conoscenza della cultura Occidentale ed il suo modo di argomentare scherzoso e convincente, Li costituisce una figura decisamente diversa da quella del grigio burocrate Cinese che ripete slogan governativi.

Riassumendo le sue argomentazioni, il businessman di Shanghai afferma in sostanza che non esiste un unico modello di governo valido per tutte le società: la democrazia pluripartitica non sara' mai adatta alla Cina, che avrebbe gia' trovato un sistema alternativo molto più valido per le sue esigenze: il sistema a partito unico sotto la guida del Partito Comunista Cinese.

Secondo Li, il Partito avrebbe gia' ampiamente dimostrato di essere capace di guidare la Cina. La legittimità del suo potere deriverebbe dalla sua dimostrata efficienza nel governare la nazione. Per capirlo basterebbe paragonare la Cina nel 1949, l'anno in cui Mao Zedong prese il potere, con la Cina di oggi: la prima era un paese povero e vessato dalle potenze straniere, la seconda e' invece una superpotenza, che ha accumulato decenni di crescita' economica. Come rimarca Li, dal 1949 fino ad oggi la durata della vita media dei Cinesi e' aumentata da 41 fino a 74 anni.

Li sostiene anche che il Partito Comunista, a dispetto dei pregiudizi Occidentali, sarebbe capacissimo di correggere i propri errori e di migliorare le proprie politiche, come avrebbe gia' dimostrato negli anni ottanta con le riforme di Deng Xiaoping, che hanno trasformato il paese in una sorta di libero mercato. Inoltre il partito non manca di sostegno popolare. Li cita certi sondaggi di opinione condotti in Cina che dimostrerebbero tassi di gradimento per il governo di oltre l'80%.

Come fanno anche molti apologeti stranieri del sistema Cinese (ad esempio David Bell e Martin Jacques), Li afferma che il sistema Cinese costituirebbe una meritocrazia, in cui il partito seleziona i suoi alti dirigenti in base al merito, mentre le democrazie producono leader populisti ed incapaci di vedere al di la' della prossima tornata elettorale. Pur ammettendo che nel suo paese la corruzione dilaga, Li afferma che dopotutto le democrazie non sono necessariamente meno corrotte. Paesi democratici come l'India, l'Argentina e le Filippine sarebbero ancora piu' corrotti, secondo le classifiche di Transparency International.

Secondo Li la convinzione Occidentale che la democrazia liberale rappresenti la meta di arrivo finale per tutte le società sarebbe una forma di ottusità ideologica, simile a quella dei Marxisti che credono nel comunismo come ultimo stadio di sviluppo per l'intera l'umanità. Inoltre la crisi finanziaria del 2008 avrebbe messo in evidenza tutte le crepe del sistema democratico negli Stati Uniti ed in Europa.

In realtà le posizioni di Eric X. Li non costituiscono nulla di nuovo per chi si occupa di Cina. Le stesse argomentazioni, in forma un'po' modificata, si possono trovare facilmente sulle pagine della stampa Cinese. Prima pero' nessuno era stato capace di esporle in maniera cosi' chiara ad un pubblico Occidentale, ottenendo cosi' tanto risalto.

Ovviamente alcune delle cose dette da Li hanno il loro fondamento. E' sicuramente vero che il sistema Cinese rappresenta un anomalia nel mondo di oggi, nel senso che si tratta di un paese relativamente prospero e moderno, retto da un sistema politico completamente autoritario. Anche se la Cina non e' certo l'unico paese non-democratico rimasto al mondo, gli altri sono in genere molto piu' poveri ed arretrati, oppure arricchitisi solo grazie al petrolio (vedasi l'Arabia Saudita).

E' anche vero che il Partito Comunista Cinese e' riuscito a costruire un sistema non-democratico abbastanza stabile, in cui i leader non rimangono al potere fino alla morte e non tramandano il potere ai propri figli, ma vengono ruotati ogni dieci anni. Questo sistema fino ad ora non ha ostacolato di certo la crescita' economica, come gli ultimi decenni hanno reso ben chiaro. Inoltre il sistema ha saputo conquistarsi un certo consenso tra i Cinesi, e soprattutto quelli delle classi piu' colte ed agiate (come lo stesso Li), il che permette al Partito di mantenere il potere senza evidenti dimostrazioni di forza e di repressione (se escludiamo le regioni come il Tibet dove operano movimenti separatisti, ma si tratta di un discorso a parte). Le classi sociali piu' scontente, come i poveri contadini che emigrano nelle grandi citta', hanno poche possibilita' di far sentire la loro voce.

Le argomentazioni di Li meritano quindi di essere prese con serietà, se non altro per essere smontate. Personalmente avrei parecchie obiezioni da muovere al suo discorso. Innanzitutto, i sondaggi di opinione Cinesi riguardo ai tassi di gradimento del governo vanno presi con molta cautela. Ma se anche dessimo per buone le statistiche di Li sulla percentuale di Cinesi che sostiene il governo, ci sarebbero altre domande da porsi. La legittimità di un governo deriva solo dalla sua popolarità? Ricordiamoci che anche i crudeli leader ereditari della Corea del Nord godono di una popolarità effettiva tra la loro gente. Quando un governo controlla completamente tutti i mezzi di informazione, e la maggior parte della popolazione ha pochi contatti con il mondo esterno (come avviene anche in Cina), e' forse sorprendente che il suddetto governo sia popolare?

Ricordiamoci che il governo Cinese dispone di un enorme apparato propagandistico, che si esprime sia attraverso i programmi scolastici che i media, per imporre il proprio punto di vista su tutta la società Cinese. Il lavaggio del cervello parte dalle scuole, dove gli studenti vengono educati ad un patriottismo esasperato, che finisce poi col tramutarsi in sostegno al governo in carica.

Ai Cinesi viene inculcato fin dall'infanzia che la Cina era un tempo un grande paese, distrutto solo dalle invasioni degli odiati aggressori stranieri, soprattutto Occidentali e Giapponesi. Poi nel 1949 il Partito Comunista avrebbe cacciato gli stranieri e creato la "Nuova Cina", portando finalmente a termine il "secolo di umiliazioni" subito dal paese. Ancora adesso le "potenze straniere" minaccerebbero la Cina, e soltanto il Partito difenderebbe i Cinesi da un mondo ostile. Diffondere qualsiasi versione alternativa della storia nazionale e' vietato, e chi ci prova corre dei rischi reali.

Uscita fuori dal sistema scolastico Cinese, buona parte della popolazione condivide effettivamente certi atteggiamenti che si traducono poi in sostegno al sistema vigente: quello che piu' conta e' che venga ripristinato l'orgoglio nazionale della Cina, che la Cina ridiventi forte e rispettata, e che non venga mai piu' sottomessa da altri paesi. Questo obiettivo viene visto da molti Cinesi come la priorità nazionale, davanti alla quale la necessita' di rendere piu' comoda e degna la vita della popolazione passa in secondo piano. Anche se la storia e la cultura Cinesi hanno contribuito a creare questa mentalità, il controllo dei media e dell'istruzione da parte del partito gioca sicuramente la sua parte.

Aldilà della popolarità del governo in carica, ci sarebbe un discorso serio da fare circa l'effettiva efficacia del sistema politico Cinese. E' probabilmente vero che il sistema autoritario ha garantito la crescita' economica quando la Cina era un paese povero, che doveva partire da zero. Pero' adesso che la Cina e' diventato un paese "middle income", a reddito medio, come lo definisce la Banca Mondiale, le cose sono cambiate. Da paese produttore di merci a basso costo, la Cina deve trasformarsi in un paese che produce innovazione, che crea grandi marchi, che crea crescita' grazie ad un forte consumo interno.

Gli stessi governanti Cinesi riconoscono queste necessita', ma nella pratica e' lecito avere dubbi sulla loro capacita' di realizzare questi cambiamenti. Nonostante gli enormi investimenti fatti nel campo della ricerca e dell'innovazione, i risultati stentano ad arrivare. La verità e' che il sistema sociale e politico Cinese non stimola la creatività e l'innovazione, ma anzi finisce col soffocarle. Perche' la situazione cambi servirebbe un sistema legale che valga per tutti allo stesso modo e che protegga meglio il diritto alla proprietà intellettuale, ed un allentamento dei severi controlli su ogni tipo di espressione giornalistica, artistica, accademica e religiosa. Questi controlli, realizzati con la motivazione di "mantenere la stabilita'", finiscono col stultificare la popolazione e frenare la crescita' intellettuale e culturale del paese.

Gli ideologi del governo sostengono che la popolazione Cinese non disponga della maturità necessaria per poter vivere in un sistema democratico e disporre di un flusso di informazioni incensurate. In un paese grande e relativamente arretrato come la Cina, un sistema democratico sarebbe impossibile da mettere in pratica senza che ci sia un collasso generale. Effettivamente quando i Cinesi hanno l'opportunità di dibattere i loro problemi in un contesto semi-libero come quello dei social network Cinesi, il risultato non e' entusiasmante. Viene da chiedersi pero' se questa non sia anche la conseguenza del sistema in cui crescono e vivono. Non abituati al dibattito ed al confronto, molti Cinesi si trovano poi incapaci di confrontarsi in maniera civile.

Li ama affermare che tutti i paesi dell'Asia Orientale si sono modernizzati quando erano sotto la guida di partiti unici. Questa affermazione risulta veritiera per quanto riguarda paesi come la Corea del Sud o Taiwan (anche se non il Giappone), pero' il capitalista di Shanghai evita di ricordare che entrambi questi paesi si sono democratizzati negli anni ottanta, quando non erano tanto dissimili dalla Cina di oggi.

Effettivamente sarebbe illusorio vedere i Cinesi come una massa oppressa che subiscono una dittatura dalla quale sognano di liberarsi, come fanno molti Occidentali. Il sistema politico Cinese preserva una certa legittimità agli occhi del suo popolo, grazie al suo successo nel preservare la stabilita' del paese, la sua capacita' di far crescere l'economia per molti anni, la sua protezione di un buon grado di liberta' nell'ambito privato dei cittadini, e la percezione che essa sia riuscita' a riscattare l'onore della Cina nel mondo.

La relativa popolarità del governo Cinese e la sua efficienza in certi ambiti non deve pero' renderci ciechi agli effetti negativi del suo sistema autoritario: finche' non ci saranno delle vere riforme politiche la Cina rimarrà un gigante economico, ma un deserto nel campo della cultura e dell'innovazione. L'ideologia nazionalista che il regime usa per legittimarsi finisce poi col guastare il rapporto della Cina con i paesi vicini e rende la società Cinese piu' chiusa e conformista. E la mancanza di una vera protezione dei diritti del cittadino continua a far male alla popolazione.

Saturday, April 2, 2016

Media cinesi: non festeggiate il primo aprile degli occidentali.

I media governativi cinesi non hanno mai brillato per senso dell'umorismo. Questa volta, pero', si sono superati. L'agenzia di stampa ufficiale del governo Cinese, Xinhua, ha ufficialmente invitato i cinesi a non prendere parte alla tradizione Occidentale del "pesce d'aprile".

Un messaggio e' apparso ieri mattina sulla pagina Weibo ufficiale di Xinhua, con le seguenti parole: "Oggi e' il cosiddetto "giorno del pesce d'aprile" Occidentale. Il pesce d'aprile non e' in linea con la tradizione culturale del nostro paese e con i valori fondamentali del socialismo. Siete pregati di non credere, creare o diffondere notizie inventate."

L'espressione usata per definire il primo aprile, 愚人节 (yu ren jie, "la festa degli scemi"), riporta all'Inglese April Fool's Day. Le "notizie inventate" si riferiscono alle notizie volutamente assurde diffuse per scherzo in occasione di ogni primo aprile. 

Nel giro di ore, sotto il messaggio sono apparsi migliaia di commenti satirici di cinesi che prendevano in giro la "direttiva":

"Questo e' il miglior pesce d'aprile mai visto".

"In Cina, ogni giorno e' il primo aprile".

"In Occidente, succede solo un giorno all'anno. In certi paesi Asiatici, ogni giorno di ogni anno e' cosi'".

"I media pubblicano notizie false per ingannare la gente ogni singolo giorno, un giorno in più che differenza fa'?"

Alla fine, la Xinhua ha deciso di chiudere la sezione commenti sotto il post.

E' gia' successo in passato che i media cinesi abbiano dato per vere delle notizie scherzose diffuse in occasione del primo aprile. Nel 2013, la CCTV (la televisione di stato cinese) diffuse in tutta serietà la notizia che la Virgin stava per uscirsene con una linea di aerei con il fondale di vetro, per permettere ai passeggeri di ammirare il paesaggio. Peccato che l'annuncio di Richard Branson risalisse al primo aprile.


Tuesday, January 26, 2016

La questione di Taiwan

L'elezione di Tsai Ing-wen a presidentessa di Taiwan rappresenta senza dubbio un fatto storico, essendo la prima volta da secoli che una donna conquista il potere in una qualsiasi società composta da Cinesi. L'ultima volta che la Cina ebbe una imperatrice donna fu nel caso di Wu Zetian, nel settimo secolo dopo cristo. Da allora in poi, si sono susseguiti soltanto uomini al comando. Nel ventesimo secolo questa tradizione non e' cambiata, e sia la Repubblica di Cina che la Repubblica Popolare Cinese sono state guidate sempre e solo da uomini. Nonostante il fatto che la società Cinese non sia una delle più maschiliste, tutto sommato, le donne continuano a faticare ad entrare in politica. Adesso pero', Taiwan ha per la prima volta una presidentessa.

Tsai Ing-Wen, nuovo leader di Taiwan

Aldilà di questo, l'elezione di Ing-wen ha riportato all'attenzione del mondo l'annosa questione di Taiwan, un isola che resta lo "stato non riconosciuto" più grande al mondo. Si tratta di una questione che di solito viene abbastanza ignorata in Europa, ma che resta un serio problema internazionale che potrebbe portare a futuri scontri tra la Cina e gli Stati Uniti.

La contesa geopolitica che ruota intorno a quest'isola e' molto più complicata di quello che potrebbe sembrare. Molti sanno che Taiwan si separo' dalla Cina nel 1949, quando Mao Zedong sconfisse il partito Nazionalista ("Guomindang") guidato da Chiang Kai-Shek, e gli sconfitti si rifugiarono su Taiwan. Pochi invece sono consapevoli della storia precedente dell'isola e delle sue divisioni interne, e di come esse ne influenzino il rapporto con la Cina.

La Storia


Taiwan e' un isola grande quanto il Belgio, divisa dalla Cina continentale da uno stretto di mare largo 130 chilometri nel punto più stretto. Una distanza inferiore ai 150 chilometri che dividono Cuba dalla Florida. Gli abitanti originari di Taiwan non erano affatto Cinesi, ma quelli che oggi si chiamano aborigeni Taiwanesi: popolazioni primitive simili per lingua e cultura ai popoli delle Filippine e del Pacifico.

I Cinesi incominciarono ad interessarsi a Taiwan nel tredicesimo secolo, ma non vi si stabilirono in massa, anche per via dell'ostilità degli indigeni e della sua mancanza di risorse. Nel sedicesimo secolo l'isola fu' conquistata dagli Olandesi, che la resero una colonia. Ironicamente, furono loro a cominciare ad importare manodopera Cinese dal continente.

Nel 1661, l'eroe nazionale Coxinga (una figura oggi venerata sia dai nazionalisti Cinesi che dagli indipendentisti Taiwanesi) libero' Taiwan dagli Olandesi. Coxinga non era affatto un Taiwanese, ma un Cinese continentale che voleva usare Taiwan come base dalla quale liberare tutta la Cina dalla dinastia Manchu' dei Qing, e ripristinare la dinastia Ming. Un presagio quindi di quello che si sarebbe verificato nel ventesimo secolo.

Dopo qualche anno Taiwan fini' sotto il controllo dei Qing, e fu' governata da Pechino dal 1683 al 1885. Questi duecento anni rimangono gli unici in tutta la storia in cui Taiwan sia stata governata direttamente dal governo centrale Cinese (apparte i quattro anni dal 1945 al 1949). Durante questa epoca ci fu una massiccia immigrazione Cinese, e gli aborigeni furono Cinesizzati oppure si rifugiarono nelle montagne.

Nel 1885, i Giapponesi conquistarono Taiwan durante la loro guerra di aggressione al debole impero Manchu' ormai avviato verso il tramonto. La colonizzazione Giapponese duro' fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando l'impero del sol levante fu' sconfitto e costretto ad abbandonare tutte le sue colonie. Durante la loro lunga dominazione, i Giapponesi tentarono di trasformare Taiwan in una colonia modello, dando grande impulso all'industria, ma allo stesso tempo costrinsero tutti i Taiwanesi a studiare esclusivamente in lingua Giapponese, tentando di cambiare la cultura locale. Al giorno d'oggi i Taiwanesi, in genere, non hanno un cattivo ricordo della dominazione Giapponese, in netto contrasto con i Cinesi continentali (ed i Coreani). Questo contribuisce ad allargare il divario tra la memoria storica delle due parti.

Dopo la fine della guerra, Taiwan passo' sotto il controllo della Repubblica Cinese di Chiang Kai-Shek, e quando quest'ultimo perse la guerra civile contro Mao Zedong quattro anni più tardi, gli sconfitti del Guomindang pensarono bene di asserragliarsi sull'isola. Un gran numero di soldati del Guomindang scapparono a Taiwan con le loro famiglie. In tutto vi fu' un influsso di due milioni di persone. Queste persone rimasero in disparte dai sei milioni di Cinesi nativi dell'isola, che per la maggior parte viveva sull'isola gia' da generazioni, e parlavano il dialetto Cinese del Fujian, la provincia Cinese che si affaccia su Taiwan. Buona parte dei nativi non vedeva di buon occhio questi nuovi arrivati, e considerava i nuovi governanti alla stregua di invasori stranieri.

Per i prossimi decenni Chiang Kai-Shek governo' Taiwan con il pugno di ferro. Insistendo che la sua ritirata' sull'isola era solo temporanea e che un giorno il Guomindang si sarebbe ripresa tutta la Cina dai banditi comunisti, il vecchio leader non permise nessun tipo di protesta da parte della popolazione. La legge marziale, stabilita nel 1949, fu' sollevata soltanto nel 1987. Questo periodo viene ricordato a Taiwan come il "terrore bianco", durante la quale migliaia di intellettuali ed altri cittadini furono imprigionati, ed alcuni addirittura fucilati, per reati politici. Nel frattempo Taiwan continuo' ad occupare il seggio della Cina all'ONU fino al 1971, ed ha riceve il sostegno Americano ed Occidentale.

Dopo la morte di Chiang Kai-Shek nel 1975, gli successe suo figlio, che inizio' ad allentare la presa del potere. Negli anni ottanta la popolazione inizio' a manifestare apertamente in favore della democrazia, e le loro istanze furono lentamente accolte, con la fine della legge marziale e la legalizzazione dei partiti di opposizione. Nel 1996 accaddero le prime elezioni presidenziali, e la Cina manifesto' il suo dispiacere mandando delle navi da guerra a fare esercitazioni a ridosso della costa Taiwanese, provocando una forte reazione Americana. Nel 2000 per la prima volta vinse le elezioni il Partito Democratico Progressista (DPP dalla sigla Inglese), il partito nato dai movimenti democratici degli anni ottanta. Nel 2008 il Guomindang riprese il potere con Ma Ying-Jeou, e lo ha mantenuto fino alle elezioni di qualche giorno fa'.

Un'immagine di Taipei

Cinesi o no? Come cambia l'identità dei Taiwanesi


Dietro ai risultati delle ultime elezioni si nascondono cambiamenti epocali nel senso di identità della società Taiwanese. Per capire questi cambiamenti, bisogna capire il innanzitutto le complicate distinzioni etniche interne all'isola. I discendenti dei Cinesi arrivati al seguito di Chiang Kai Shek nel '49 rappresentano circa il 15% dei Taiwanesi. Il 70% e' composto di Hoklo, Cinesi i cui antenati arrivarono per la maggior parte dalla vicina provincia di Fujian qualche secolo fa'. C'e' poi anche una comunità di Cinesi Hakka originari del Guangdong (circa il 15%), e piccoli gruppi residui di aborigeni Taiwanesi, che conservano lingue ed usanze diverse dai Cinesi.

Durante i decenni della dittatura, il Guomindang diffuse l'idea che vi era una sola Cina, e che tutti i Taiwanesi erano i protettori della vera cultura Cinese che i comunisti di Mao stavano distruggendo nella Cina continentale. La popolazione veniva incoraggiata a sentirsi fiera della storia e della cultura di tutta la Cina. Oggi pero' si sta' diffondendo l'idea che l'identità Taiwanese sia un'altra cosa da quella Cinese. Secondo questa nuova visione, Taiwan sarebbe storicamente una terra a parte, con un identità separata formatosi in parte durante la lunga dominazione Giapponese. I Taiwanesi sarebbero Cinesi solo nella stessa misura in cui gli Americani possono dirsi Inglesi, secondo un paragone molto in voga.

Questa visione si e' diffusa inizialmente soprattutto tra i Cinesi Hoklo. Di pari passo si e' sviluppato un nuovo entusiasmo per la lingua Taiwanese, cioè il dialetto di Fujian parlato ancora oggi dagli Hoklo. Durante la dittatura tutti i Taiwanesi erano obbligati a parlare solo Cinese Mandarino nelle scuole e negli uffici, e tutti i media erano unicamente in Mandarino. Dagli anni novanta in poi c'e' stato un grande revival del Taiwanese, ed ormai sono molteplici le stazioni televisive che lo utilizzano. I Cinesi arrivati nel '49 (che parlano Mandarino) ed anche gli Hakka (che parlano una propria varietà del Cinese) continuano per lo più a sentirsi Cinesi, e a votare per il Guomindang. Detto cio', l'identità Taiwanese e' ormai la più forte fra i giovani di tutte le etnie.

Il Partito Democratico Progressista, a cui appartiene la presidentessa neo-eletta, rappresenta in genere il punto di vista secondo cui l'identità Taiwanese e' distinta da quella Cinese. La maggior parte dei suoi sostenitori non vuole preservare l'idea di una "riunificazione" neanche' per un ipotetico futuro lontano, in cui magari la Cina si sara' democratizzata. Per questo motivo si tratta di un partito assolutamente inviso a Pechino, che ormai preferisce di gran lunga gli ex-nemici del Guomindang, che almeno sono d'accordo sul fatto di essere anche loro Cinesi.

Taipei e Pechino: un rapporto delicato


La questione che più grava e' quella dello status futuro dell'isola. Taiwan continua a chiamarsi ufficialmente "la Repubblica di Cina", utilizzando la vecchia bandiera della Cina pre-Maoista. Siccome entrambi le parti concordano che c'e' una sola Cina, gli altri paesi si trovano nella posizione di dover scegliere se intrattenere rapporti diplomatici con la Cina Popolare o con Taiwan. Naturalmente la stragrande maggioranza dei paesi adesso sceglie la Cina, lasciando Taiwan in un limbo diplomatico. Uno dei pochi paesi che continua ad avere l'ambasciata a Taiwan e' il Vaticano, che da sempre ha pessimi rapporti con Pechino.

Buona parte dei Taiwanesi preferirebbe che Taiwan dichiarasse ufficialmente l'indipendenza ed abbandonasse il nome di Repubblica di Cina, chiamandosi semplicemente Taiwan. Il problema pero' e' che per Pechino l'indipendenza ufficiale di Taiwan rimane una bestia nera. Se la maggior parte dei Taiwanesi sostiene il mantenimento dello status quo e' perche' ha paura di una reazione militare da parte della Cina. Se non fosse per questo motivo, si può supporre che Taiwan avrebbe gia' dichiarato la propria indipendenza formale da diversi anni.

Puo' sembrare strano che il governo Cinese preferisca la situazione attuale, in cui Taiwan continua a costituire una specie di Cina "rivale", piuttosto che una situazione in cui Taiwan abbandoni completamente qualsiasi pretesa di rappresentare la Cina. Per chi conosce l'ideologia degli attuali governanti Cinesi, pero', non sorprende. L'"unita' della Cina" e' vista dal Partito Comunista Cinese come una concetto quasi sacro. Il mantenimento di questa' unita' sarebbe la missione storica del Partito e la giustificazione stessa della sua esistenza. Nonostante il fatto che Taiwan sia gia' indipendente nella pratica da quasi 70 anni, quello che risulta insopportabile ai burocrati di Pechino e' l'idea che questa separazione possa essere messa nero su bianco, e Taiwan riconosciuta come nazione da tutto il mondo.

Se Taiwan dichiarasse formalmente la sua indipendenza, non fare nulla sarebbe un'ammissione di impotenza insopportabile per Pechino. Il popolo Cinese, per la maggior parte compatta dietro alla sua leadership nell'opporsi all'indipendenza Taiwanese, lo prenderebbe come un sintomo di debolezza. Finche' il sistema politico Cinese rimane quello che e', appare impensabile che la Cina possa permettere a Taiwan di dichiarare l'indipendenza senza reagire. Il grande dispiegamento di forze militari Cinesi sulle coste del Fujian, con i missili puntati contro Taiwan, non servono certo a calmare gli animi dei Taiwanesi. Anche la settimana scorsa il generale in pensione e noto ultra-nazionalista Cinese Luo Yuan ha dichiarato che se Taiwan continuera' a cercare l'indipendenza, uno scontro militare sara' inevitabile.

Da parte sua il governo Cinese afferma di volere la riunificazione con Taiwan secondo lo schema di "un paese due sistemi", sotto il quale e' stato gestito il ritorno di Hong Kong alla Cina. Il principio sarebbe che Taiwan perderebbe la sua sovranità, ma manterrebbe un sistema legale e politico separato da quello "socialista" della Cina Popolare, che le permetterebbe di mantenere la sua peculiarità secondo il modello di Hong Kong. Il problema pero' e' che le recenti vicende di Hong Kong dimostrano che le autorità di Pechino sono sempre più pronte a violare l'autonomia di cui l'ex-colonia Britannica dovrebbe godere fino al 2047. Anche per questo, sono ben pochi i Taiwanesi che credono davvero di poter mantenere un sistema democratico sotto il controllo di Pechino.

Se la Cina dovesse davvero tentare la via militare per risolvere la questione Taiwanese, si scontrerebbe di sicuro con gli Stati Uniti, la potenza che in realtà garantisce da sempre l'autonomia di Taiwan. Nel 1979 il Congresso Americano passo' una legge sulle relazioni con Taiwan, che assicura il sostegno militare a Taiwan nel caso di un attacco o di un invasione da parte della Repubblica Popolare Cinese. Da parte sua, il Congresso Nazionale del Popolo Cinese nel 2005 approvo' una "legge anti-secessione" che, nell'articolo 8, riserva alla Cina il diritto di usare la forza nel caso di una dichiarazione di indipendenza di Taiwan, o nel caso che "si esauriscano le possibilita' di una riunificazione pacifica". E' quindi chiaro che qualsiasi cambiamento dello status quo potrebbe portare ad una contesa militare tra le due superpotenze.

Il parlamento di Taipei occupato dagli studenti nel 2014

A complicare ancora le cose, l'economia Taiwanese e' quasi del tutto legata a quella della Cina continentale. Gia' negli anni ottanta, gli investimenti Taiwanesi hanno svolto un ruolo importante nella virata della Cina verso l'economia di mercato. Da allora la quantità di investimenti e di commercio reciproco e' aumentata di continuo. Durante gli anni del governo Mao Ying Jeow, del Guomindang (2008-2016), c'e' stato un enorme incremento degli scambi tra i due fianchi dello stretto. Nel 2008 sono stati ristabiliti i voli diretti tra la Cina e Taiwan, e da allora si e' visto un grande aumento del turismo e degli investimenti reciproci. Attualmente la Cina Popolare riceve il 30% delle esportazioni Taiwanesi.

Non tutti pero' sono felici di questo stato di cose. Molti sostengono che mentre alcuni oligarchi e grandi compagnie Taiwanesi hanno beneficiato moltissimo dallo stretto rapporto economico con la Cina, la maggior parte della popolazione non ne' ha tratto vantaggi chiari, mentre l'economia continua a ristagnare. Gli investimenti dei magnati Cinesi nel settore immobiliare hanno reso sempre piu' alti i costi delle case. Inoltre buona parte dei Taiwanesi teme una eccessiva dipendenza dalla Cina. Gli accordi commerciali firmati con Pechino da Ma Ying-Jeow negli ultimi anni hanno attirato forti proteste nell'isola. Nel 2014, gli studenti del cosiddetto "Movimento dei Girasoli" hanno occupato l'aula del Parlamento di Taipei per settimane, per protestare contro un Patto commerciale firmato da Ma Ying-Jeow con la Cina Popolare.

Il Guomindang e' ormai visto da buona parte dei giovani e dei lavoratori Taiwanesi come un partito conservatore, troppo legato a Pechino ed agli interessi di pochi privilegiati. Per questi motivi, Tsai Ing-wen ha trionfato nelle urne. La speranza di molti Taiwanesi e' che il nuovo governo possa cambiare corso e portare l'isola ad una posizione piu' autonoma. Senza, pero', far infuriare troppo il gigante Cinese a 130 chilometri di distanza. 

Wednesday, December 9, 2015

Il Capitalismo con Caratteristiche Cinesi

I grattacieli di Shanghai: tutto oro quel che luccica?

Ormai da anni nella stampa Occidentale si sprecano gli encomi per il modello di svilluppo Cinese, con le solite analisi e reportage superficiali, che si fermano alle statistiche impressionanti sulla crescita' del PIL (ultimamente un'po' calata, ma pur sempre assai piu' alta di qualsiasi cosa ci si ricordi in Europa), ed ai grattacieli del centro di Shanghai. Ma quanto ne capiamo davvero dell'economia Cinese e di come funzioni? In realta' sorprendentemente poco.

Uno dei libri piu' interessanti che io abbia letto su questo tema deve essere sicuramente "Il Capitalismo con Caratteristiche Cinesi", uno studio dell'economia Cinese scritto alcuni anni fa' da Huang Yasheng, un nativo di Pechino che insegna a Harvard. Spesso sono proprio gli studiosi Cinesi che lavorano all'estero a fornire le analisi piu' profonde riguardo a questo paese cosi' difficile da capire, e Huang non delude. Il titolo del libro e' un riferimento al famoso "Socialismo con Caratteristiche Cinesi" dello slogan di Deng Xiaoping.

Analizzare l'economia Cinese e' un impresa ardua per via della grandezza del paese e dell'intrinseca opacita' e mancanza di trasparenza del sistema. Come fa' notare Huang nell'introduzione, mentre negli Stati Uniti un saggio potrebbe analizzare gli effetti di un aumento della tassazione, in Cina bisognerebbe prima di tutto determinare se le tasse siano state davvero aumentate oppure no. Ciononostate, Huang riesce a trovare molti dati per argomentare una tesi che, a quanto ne so', e' nuova: secondo lui, il modello di crescita' Cinese degli anni ottanta, promosso da Deng Xiaoping dopo la morte di Mao, e' stato sostanzialmente diverso dal modello seguito dagli anni novanta in poi, ed assai piu' favorevole al benessere del popolo Cinese.

Secondo Huang, durante gli anni ottanta il governo Cinese seguiva una chiara strada verso una liberalizzazzione dell'economia e della societa'. Le riforme erano incentrate sulle campagne, dove i contandini intraprendenti erano autorizzati ed incoraggiati ad incominciare le proprie attivita'. La crescita' economica veniva creata da quelle che in Inglese si definivano "Township and village Enterprises", abbreviato a TVE. Queste imprese, che gli osservatori Occidentali hanno a lungo creduto fossero compagnie statali, in realta' erano imprese di fatto private fondate da singoli contadini. Agli abitanti delle zone rurali veniva permesso di alzare un'po' di fondi in maniera informale per mettersi in affari, oppure gli venivano concessi dei prestiti direttamente dalle banche.

La protezione del diritto alla proprieta' privata degli imprenditori era scarsa (come del resto lo e' anche oggi in Cina), ma la situazione era comunque molto migliorata dai tempi di Mao, e questo bastava perche' i Cinesi si sentissero incoraggiati a prendere dei rischi e mettersi in affari per conto proprio. La gente sentiva che le cose stavano cambiando in meglio, ed avevano fiducia nella determinazione di Deng Xiaoping di mantenere la Cina sulla su questa rotta.

Dopo i tristi eventi del 1989, pero', la fazione conservatrice al interno delle stanze del potere torno' alla ribalta (sopprattutto la cosidetta "fazione di Shanghai"), ed il paese cambio' di nuovo rotta. La maggior parte degli studiosi Occidentali presumono che dopo l'89 il processo di liberalizzazione dell'economia Cinese subi' solo un breve arresto, spesso detto "l'interludio di Tiananmen (1989-1992), ma che dopo il famoso "viaggio nel Sud" di Deng Xiaoping il processo di riforme riprese come prima.

Secondo Huang Yasheng, le cose non sarebbero andate cosi'. In realta', dopo la repressione delle proteste di piazza, la Cina non torno' piu' alla direzione di marcia virtuosa che aveva intrapreso negli anni ottanta. Invece, duranta gli anni novanta si creo' un modello di sviluppo capitalista basato su di un chiaro favoreggiamento delle citta' sulle campagne, delle imprese statali su quelle private, e degli investimenti stranieri sull'intraprendenza autoctona.

Le politiche statali diventarono molto meno favorevoli ai piccoli imprenditori indigeni, con nuove regole restrittive che rendevano molto piu' difficile ottenere credito dalle banche. Quel che e' peggio, molti dei contadini che avevano aperto le TVE piu' di successo vennero espropriati delle loro imprese dai burocrati locali, e nei casi peggiori buttati in galera con accuse montate. Invece di seguire la strada intrapresa da paesi come la Corea del Sud, la Cina divento' un economia di stile Sud Americano, con una crescita' economica guidata da imponenti progetti infrastrutturali commissionati dal governo. Da qui nascono tutti i grattacieli, le nuove linee di metropolitana ed i luccicanti centri commerciali di prima classe di cui si vantano le grandi citta' Cinesi, e che stupiscono i visitatori stranieri.

Questa forma di sviluppo e' stata capace di produrre una crescita' del PIL spettacolare, ed ha continuato a rendere il paese piu' ricco. D'altro canto pero', questo modello e' stato molto meno benefico per il benessere della gente comune. La disparita' tra ricchi e poveri e' diventata enorme (attualmente peggiore dell'India), ed i redditi privati sono diventati una proporzione sempre piu' piccola del PIL nazionale, mentre la maggior parte della ricchezza resta in mani statali. Come si dice spesso in Cina "il paese e' ricco, ma la gente e' povera". I residenti delle campagne sono diventati nulla di piu' che una riserva di manodopera a basso costo per le citta'. Huang tenta di dimostrare che i servizi pubblici (istruzione e sanita') nelle zone rurali hanno sofferto per via di questa tendenza a favorire sempre le citta', e che dopo il 2000 i tassi di analfabetismo nelle campagne sarebbero addirittura aumentati di conseguenza.

C'e' un altra considerazione interessante contenuta nel libro: le grandi marche Cinesi che incominciano a farsi conoscere nel mondo in realta' non rappresentano vere compagnie private, oppure non hanno i propri uffici nella Cina Popolare vera e propria. Ad esempio Lenovo, la compagnia Cinese di computer piu' grande, da lungo tempo viene gestita e controllata soprattutto ad Hong Kong, citta' che pur appartenendo alla Cina mantiene uno status autonomo, con una sistema legale e finanziario di prima classe ereditati dalla Gran Bretagna. Altre grandi compagnie Cinesi che pretendono di essere private in realta' non lo sono, o comunque sono giocoforza asservite agli interessi ed alle strategie del governo, in un sistema che non ne protegge l'autonomia.

Huang Yasheng definisce ripetutamente il sistema economico della Cina di oggi come "crony capitalism", espressione difficilmente traducibile in Italiano. Si tratta di una forma di capitalismo costruita sulla corruzione sistemica e sul potere politico nudo e crudo, in cui il diritto alla proprieta' non e' ben protetto dal sistema legale, e chi vuole fare affari deve basarsi sui propri agganci politici e le proprie conoscenze per proteggersi (il famoso guanxi di cui parlano tutti i libri sulla Cina).

Lo studio di Huang dedica anche un intero capitolo a Shanghai, o meglio a criticare Shanghai e tutto cio' che questa citta' rappresenta. Secondo lui, l'ammirazione smodata che suscita la citta' simbolo del "miracolo Cinese" in molti osservatori stranieri e' basata su una visione superficiale. In realta' Shanghai rappresenta il peggio del sistema economico Cinese. Al contrario della percezione popolare, in questa citta' si seguono politiche profondamente nemiche all'innovazione ed all'intraprendenza autoctona, ma amichevoli agli investimenti stranieri ed alle compagnie statali. La proporzione della ricchezza di Shanghai appartenente a privati e' bassa persino per gli standard Cinesi. Gli enormi grattacieli e le altre lussuose amenita' di questa metropoli sono state in realta' finanziate con i soldi del resto del paese, e soprattutto delle regioni piu' produttive come il Zhejiang ed il Guangdong.

La critica che Huang lancia al sistema Cinese e' sicuramente molto sentita, e basata su un approfondita ricerca delle statistiche Cinesi che sarebbe stata impossibile senza una profonda conoscenza della lingua e della cultura. La sua descrizione dei malanni della Cina odierna risultera' molto comprensibile a chiunque ci abbia vissuto per un'po' di tempo.

Allo stesso stempo, credo che la sua fede nella capacita' di quello che lui chiama il capitalismo "virtuoso", un capitalismo basato sull'intraprendenza privata e sul libero mercato e che protegga il diritto alla proprieta' privata, di fornire giustizia sociale ed equita' sia malriposto. Dopotutto questa forma di capitalismo e' ben impiantata negli USA, suo paese di adozione, ma negli Stati Uniti c'e' relativamente poca eguaglianza e giustizia sociale paragonato ad altre nazioni industrializzate.

Credo che un governo che redistribuisca la ricchezza attraverso la tassazione sia una neccessita' se si vuole arrivare ad una societa' piu' giusta ed equa. Credo anche che se la crisi finanziaria del 2008 ha insengnato qualcosa, e' che un sistema finanziario totalmente liberalizzato e sregolato puo' anch'esso distorcere l'economia e fare danni immani, regalando allo stesso tempo immense ricchezze ad una piccola minoranza. Allo stesso tempo pero', gli interventi statali devono avere luogo in un complesso di regole chiare e di diritti ben definiti e protetti, e questo e' cio' che il sistema Cinese rimane purtroppo incapace di assicurare.

Friday, August 28, 2015

Qualcuno in Cina ha il senso dell'umorismo...






Qui sopra vedete riportato una notizia pubblicata due giorni fa' dal sito Cinese 网易. Conosciuto con il nome di Netease in Inglese, si tratta di uno dei portali di informazione piu' popolari della Cina.

Ecco la traduzione della notizia:

La Birmania sblocca Facebook, solo quattro paesi continuano a censurarne l'uso.

La Birmania ha annunciato di recente che smettera' di bloccare l'accesso a Facebook, il Social Network piu' popolare del globo. Adesso restano solo quattro paesi in tutto il mondo che continuano a impedire l'accesso a Facebook, incluso la Corea del Nord, Cuba, l'Iran ed altri.

Inutile dire chi siano questi "altri": la Cina, che blocca Facebook in tutta la nazione almeno dal 2009. L'effetto comico e' chiaramente voluto, ed il sito e' gia' stato costretto a cancellare la notizia. Evidentemente, il fatto che la Cina sia in compagnia di soli tre altri paesi non propriamente conosciuti come progressisti (eccetto forse Cuba?) e' una cosa che si preferisce non rimarcare troppo.

Thursday, August 20, 2015

Cronaca di un viaggio intorno al lago Lugu


Il lago Lugu e’ un posto di cui forse non avrete mai sentito parlare. Sospeso tra le province dello Yunnan e del Sichuan, nella Cina sud-occidentale, alle pendici dell’altopiano Tibetano, questo lago rappresenta il centro dell’universo per un piccolo popolo che abita le sue rive, di cui probabilmente avrete sentito parlare ancora meno.

I Mosuo sono un popolo di 40,000 anime, una delle tante minoranze non-Cinesi (ma questo non ditelo ai Cinesi! Per loro si tratta di “minoranze etniche, parte integrante della grande famiglia felice di 56 etnie che insieme compongono la Cina”) che vivono in queste remote zone montuose, storico crocevia tra la Cina vera e propria, il Tibet ed il Sud-Est Asiatico. Questa etnia in particolare e’ diventata famosa in Cina perche’ la loro cultura presenta alcuni aspetti curiosi: tanto per iniziare, la societa’ Mosuo e’ tutt’oggi matriarcale. In altre parole, comandano le donne.

Come se non bastasse, i Mosuo non praticano matrimoni veri e propri. Invece, regna una tradizione che viene tradotta dai Cinesi come “il matrimonio a piedi”: quando ad una donna piace un uomo, puo’ invitarlo a passare la notte nella sua capanna. Il mattino dopo, l’uomo tornera’ a casa sua. Queste relazioni “notturne” possono durare per anni o anche per sempre. I figli vengono accuditi dalla madre e dalla sua famiglia, e non hanno rapporti con il padre. La struttura familiale dei Mosuo e’ stata definita da un antropologo “un fossile vivente per lo studio della storia delle relazione maritali negli esseri umani”.

Ho visitato il lago Lugu nell’aprile di quest’anno, durante una gita nella Cina Sud-Occidentale. Per arrivare al lago, io e la mia compagna di viaggio prendiamo un minibus privato che parte da Lijiang, una citta’ dello Yunnan. Per raggiungere il lago non c’e’ altro modo se non farsi cinque ore di viaggio su serpeggianti stradine di montagna, ad altitudini che arrivano oltre i 2000 metri. I passegeri del nostro minibus (tutti turisti Cinesi, ed un paio di Singaporesi) si dividono tra chi soffre il mal d’auto e chi patisce l’altitudine e la mancanza di ossigeno. Io rientro nella prima categoria. Di quando in quando ci fermiamo in qualche piccola stazione di sosta, muniti di bagni disgustosi come sanno esserlo solo i bagni pubblici della Cina piu’ profonda.

Mano a mano che avanziamo, il paesaggio riporta sempre di piu’ alle lande desolate dell’altopiano Tibetano, e sempre meno alla Cina vera e propria. Ai bordi delle strade si notano tumuli di pietre Mani, le pietre piatte sulle quali i devoti del Buddismo Tibetano iscrivono il famoso mantra, “om mani padme hum” ("il gioiello nel fiore di loto"). Le popolazioni di questi luoghi, seppur non Tibetani, seguono da secoli la versione del Buddismo originaria del Tibet, quella dei Lama.

Dopo ore di viaggio, arriviamo finalmente a scorgere da lontano il famoso lago Lugu. Un bel panorama, non c’e’ che dire. Il lago si trova in una valle in mezzo alle montagne. E’ molto grosso (50 km. quadrati), e conta diverse isole al suo interno. I Mosuo e gli alti popoli che abitano sulle sue rive lo considerano sacro, e pensano sia tabu’ uccidere gli animali o tagliare gli alberi sulle sue rive. Dopo un altra mezz’ora di viaggio, giungiamo finalmente a destinazione: il villaggio di Lushui, sulle rive del lago.

Purtroppo in Cina sono finiti da un pezzo i tempi in cui il viaggiatore straniero poteva godersi i posti piu’ affascinanti in perfetta solitudine. Gia’ da qualche decina di anni, in Cina e’ esploso il turismo interno. Sono ormai centinaia di milioni i Cinesi che possono permettersi di viaggiare almeno all’interno del loro smisurato paese, se non all’estero.

Il lago Lugu non e’ stato risparmiato dal turismo. Ad attirare i forestieri sono le curiose tradizioni matriarcali dei Mosuo, e soprattutto i loro matrimoni consumati solo di notte, che per i Cinesi sembrano rappresentare una sorta di promiscuita’ sessuale lontana dal loro relativo puritanesimo. Il problema e’ che i turisti Cinesi in genere hanno una capacita’ di distinguere le esperienze culturali autentiche dal kitsch turistico pari allo zero. O perlomeno pari a quello delle prime turbe di turisti Occidentali degli anni cinquanta, che andavano in Africa e pretendevano di vedere indigeni che danzavano in gonnellino. Del resto la parola “kitsch” e’ intraducibile in Cinese. Questa mancanza di gusto, unita all’enorme popolazione Cinese, significa che non appena un posto viene “scoperto” dal turismo interno, diventa ben presto un carrozzone pieno di immense masse di visitatori che rovinano con la loro presenza quell’atmosfera speciale che sono venuti a cercare.

La serenita’ del lago Lugu e’ in parte protetta dal fatto che il luogo e’ difficile da raggiungere, ma nulla puo’ frenare completamente le orde di turisti Cinesi. Il vilaggio in cui decidiamo malauguratamente di passare la notte, Lushui, purtroppo e’ il piu’ turistico di tutti quelli che circondano il lago, anche se all’inizio non lo sapevamo. Le due strade affacciate sul lago sono interamente dedicate al turismo, e consistono solo di ostelli, alberghetti, negozi di artigianato locale e ristoranti. Soltanto il secondo giorno, scopriamo che gli abitanti originari vivono in un altro quartiere piu’ lontano dal lago. Buona parte dei visitatori sono studenti universitari Cinesi, venuti dalle citta’ piu’ vicine. Con se’ portano la mentalita’ terribilmente materialista della Cina urbana di oggi. La gente del posto lavora quasi interamente nel settore turistico, dove viene giocoforza influenzata dalla mentalita’ dei visitatori.  

L’ostello in cui decidiamo di passare la notte si rivela un tugurio senza rimedio. La struttura e’ diretta da due Cinesi, non del luogo ma di fuori, una ragazza giovane ed un uomo piu’ anziano. Questi due tipi hanno in comune uno sguardo acido ed un modo di fare talmente sgarbato, che sembra considerino una tua colpa il fatto di aver deciso di essere loro ospite a pagamento. Per di piu’, ogni giorno l’elettricita’ viene spenta in tutto il paese dalle nove di mattino alle sette di sera, perche’ le autorita’ stanno ricostruendo la linea elettrica. Prendiamo cosi’ mestamente alloggio in una modesta camera senza luce, mentre fuori piove e fa’ abbastanza freddo, intorno ai 10 gradi.

Ci rifugiamo nella lobby, che e’ arredata come in tutti gli ostelli del mondo, con libri lasciati da altri viaggiatori, alcuni computer, dei divani e dei tavoli. Il problema pero’ e’ che i divani e l’intera stanza si rivelano del tutto luridi. Colpa dell’enorme cane nero, appartenente ai proprietari, che passa tutto il giorno oziando sui divani. Il cane e’ amichevole, ma perennemente coperto da un nugolo di mosche, ed i divani sembrano non essere stati lavati da anni. Come se non bastasse, veniamo informati che l’ostello non ha un servizio di lavaggio vestiti. In un qualsiasi paese Occidentale, dubito molto che un posto simile potrebbe sopravvivere a lungo. Anzi, forse verrebbe chiuso di forza dalle autorita’. In Cina pero’ la gente fa’ buon viso a tutto. Per viaggiare nella Cina profonda bisogna avere la pazienza di un santo, prendere le cose con filosofia, e saper trovare la bellezza ovunque si annidi.

Ci sediamo su alcuni divani leggermente meno sporchi, e facciamo amicizia con una giovane coppia Israeliana, gli unici altri viaggiatori stranieri che abbiamo incontrato nell’ostello ed in tutta la regione. Il ragazzo ci dice che stanno viaggiando per la Cina, dopo aver completato il servizio militare obbligatorio per tutti gli Israeliani. Per venire in un posto simile senza parlare una parola di Cinese ci vuole un bel coraggio, mi trovo a pensare.

Quella sera usciamo a fare una passeggiata in riva al lago. Nonostante i turisti, un’po’ di vera cultura locale e’ ancora in evidenza. In riva al lago c’e’ un grande cumolo di pietre Mani, intorno al quale girano pregando in senso orario (come vuole la tradizione) le anziane delle minoranze locali, coperte dai colorati abiti tradizionali ancora in voga tra le donne in queste zone della Cina. Inoltre c’e’ un imponente Yak, animale simbolo del Tibet, legato in riva al lago. Le aque del lago sono limpide e chiare, ed in cielo si vedono le stelle, cosa che a Pechino non succede praticamente mai. Quella sera mangiamo un buon hot pot in un ristorante locale, e poi andiamo all’unico locale notturno del paese, ovviamente provvisto di karaoke, dove entusiasmo tutti i presenti cantando qualche successo Cinese.

Quella sera, tornata l’elettricita’, usiamo un’po’ i computer nella lobby dell’ostello per controllare la email. Mentre sto’ leggendo la mia email, all’improvviso un ragno molto ma molto grosso esce correndo da sotto il computer di Ting Ting, seduta accanto a me, facendoci prendere uno spavento ad entrambi. Dopo un’po’ torniamo nella nostra fredda camera, e ci buttiamo sotto le coperte.

Il giorno dopo incomincia meglio. Pur essedoci svegliati dopo le nove, quindi senza elettricita’ ne’ acqua calda e senza poter fare la doccia, siamo impazienti di esplorare il lago. Almeno la pioggia e’ cessata. Decidiamo di fare il giro del lago, un viaggio di 56 km. I Mosuo una volta all’anno girano intorno al lago a piedi in una sorta di pellegrinaggio, fermandosi a tutti i templi e gli stupa che ci sono lungo la strada. Ovviamente il giro deve svolgersi in senso orario, come vuole la tradizione Buddista.

Non avendo la devozione ne’ il tempo di farcela a piedi, decidiamo di affittare un bici elettrica. In Cina le bici elettriche sono ovunque, come un equivalente pulito ed economico dei motorini in Italia. In riva al lago e’ pieno di negozi che le affittano. L’unico problema e’ che nessuno di essi metteva a disposizione anche dei caschi. La gente del posto e’ convinta che per andare sullle bici elettriche il casco non serve, anche se arrivano a 60 all’ora. Dopo esserci convinti che non si trovi un solo casco nell’intero paese, decidiamo a malincuore di farne a meno. Affittiamo una sola moto, guidata da me con Ting Ting seduta dietro. Il clima e’ freddo e piovoso, e prima di partire compro una giacca di quelle che usano la gente del posto. La giacca e’ imbottita di lana di pecora, ed emette una tale puzza di pecora che non me la sono mai piu’ potuta mettere. 
Per girare intorno al lago serve una giornata intera. Iniziamo quindi il giro, guidando su delle stradine sopraelevate da cui si scorge un bellissimo panorama. Passiamo per alcuni altri villaggi molto turistici, o che si apprestano a diventarlo. In ognuno di essi ci sono muratori che costruiscono edifici nuovi, pronti a trasformarsi in alberghi e ristoranti. Il passato di questi luoghi viene cosi’ sotterrato, con quella velocita’ e quell’indifferenza che ai Cinesi riesce come a nessun altro. Dopo qualche chilometro, lentamente, l’atmosfera inizia a farsi meno turistica. Ci fermiamo a mangiare in un vilaggio gia’ molto meno trafficato e commercializzato rispetto ai precedenti. Anche se ci sono alcuni ostelli, il villaggio sembra ancora appartenere alla gente del luogo, anziche’ ai turisti. In riva al lago la facciamo conoscenza di un giovane del posto. Dai lineamenti e dall’accento con cui parla il Cinese, e’ evidente la sua appartenenza al popolo Mosuo.

Il giovane si accorge del nostro reale interesse per la sua cultura, cosa rara nella maggior parte dei visitatori, e si offre di portarci a vedere la casa della sua famiglia. La loro casa, ci dice, e’ un autentico edificio antico vecchio di alcuni secoli, ora protetto dalla legge. Passiamo per una stradina piena di maiali (nelle campagne Cinesi non mancano mai), ed arriviamo alla sua casa, che effettivamente si rivela interessante. Lo zio del giovane ci accoglie nel cortile tradizionale dell’abitazione. Sono in evidenza dei cadaveri di maiali preservati interi ed all’aperto per essere mangiati, secondo la tradizione locale; la carcassa di un cervo appeso alla parete; ed anche un filatoio, dove si tessono i vestiti colorati indossati dalle donne del luogo. Tra di loro la famiglia comunica nella lingua dei Mosuo, che con il Cinese non ha nulla a che vedere. Con noi parlano in un Cinese non certo perfetto, ma comprensibile. 

Il nostro amico ci porta dentro ad una stanza buia e dall’aspetto antico, e ci informa con fierezza che e’ stata costruita alcuni secoli fa’ in legno pregiato. In Italia l’idea di vivere in una casa vecchia di alcuni secoli non e’ poi cosi’ strana. In Cina, pero’, e’ una cosa estremamente rara. Un’po’ perche’ i Cinesi hanno spesso costruito le loro case in legno, ed un’po’ perche’ durante gli ultimi decenni buona parte degli edifici piu’ vecchi sono stati spazzati via dall’aggressiva e distruttiva modernizzazione del paese.

All’interno della stanza mi colpiscono i bei Thangka appesi alla parete. Poi noto un immagine del Dalai Lama. In Tibet la raffigurazione e la venerazione del Dalai Lama sono ufficialmente vietati, e la stampa governativa Cinese continua a condannare il vecchio monaco come “un lupo travestito da agnello” ed un “secessionista senza scrupoli”. In queste zone pero’ la venerazione per la figura del Dalai Lama rimane profonda, dopo ben 56 anni dalla sua precipitosa fuga in India.  

Dopo esserci congedati da questa amichevole famiglia locale, proseguiamo il nostro giro del lago. Oltrepassato il confine con il Sichuan, l’atmosfera cambia completamente. Le strade si fanno migliori (il Sichuan e’ una provincia piu’ ricca dello Yunnan), e la presenza turistica e’ quasi azzerata. La strada abbandona il lago e ci porta nell’entroterra. Attraversiamo piccoli vilaggi pieni di donne vestite in abiti tradizionali, che chiacchierano allegramente sull’orlo della strada, accovacciate alla maniera Cinese. Chissa’ perche’ tra le minoranze etniche della Cina sono sempre e solo le donne che continuano a portare i vestiti tradizionali, mentre gli uomini si vestono in modo moderno. La gente di questi luoghi appare sempre assai piu’ felice e rilassata degli abitanti delle grandi citta’ Cinesi, stressati e vessati.

Ci fermiamo a prelevare del denaro in una cittadina che deve essere il capoluogo della contea. Come in molte cittadine della Cina Occidentale, la strada principale rimanda ad un film Western. Noto un ufficio governativo il cui nome e’ scritto sia in Cinese che nella lingua Yi, che in questa contea e’ in teoria co-ufficiale con il Cinese. Il governo Cinese designa le zone con molti appartenenti alle minoranze etniche come “regioni autonome”, ed alle lingue locali vengono dati dei crismi di ufficialita’ (anche se poi tutto quello che conta veramente e’ in Cinese). 

La strada torna alla riva del lago, e ci riporta nello Yunnan. Poco prima del nostro ritorno inizia a piovere, per fortuna non troppo forte. Mi copro con la mia giacca imbottita di lana di pecora e riesco comunque a finire il giro del lago e riportarci a Lushui, nel buio e sotto la pioggia, dopo almeno otto ore dalla partenza. Quella sera andiamo a vedere uno show di danze tradizionali eseguite dalla gente del posto, che come avevo gia’ previsto non si rivela un granche’. Si tratta di uno spaccato della cultura locale, ma preconfenzionato per i turisti Cinesi. La troupe consiste di una cinquantina di giovani, probabilmente tutti quelli del paese, che hanno scoperto che vestirsi nei costumi dei loro nonni e mettersi a ballare per i turisti rende molto di piu’ che lavorare la terra o fare i manovali.


Accanto a noi siede una giovane coppia della provincia dell’Henan, che quando mi sentono parlare Cinese si sorprendono moltissimo e vogliono chiacchierare con me. Il loro entusiasmo e’ quasi travolgente. Vengono dalla Cina profonda, ed e’ improbabile che abbiano mai incontrato uno straniero che parlasse Cinese prima di ora. Anzi, forse non hanno mai incontrato uno straniero e basta. Per i loro gusti un’po’ meno sofisticati dei miei, lo spettacolo va’ benissimo. Prima di ridere dei turisti Cinesi e dei loro gusti un’po’ pacchiani, bisogna ricordare che parliamo di persone che non sono mai state all’estero, e che i loro genitori non sapevano nemmeno cosa fosse il turismo. Comunque riusciamo a malapena a scrollarci di dosso la coppia e tornare in ostello.

Il mattino dopo ripartiamo verso Lijiang, sapendo che ci aspettano altre cinque ore di stradine di montagna e mal d’auto prima di arrivare a destinazione. L’autista ci fa’ sapere che fra qualche anno verra’ terminata una nuova autostrada che permettera’ di arrivare al lago Lugu con molta piu’ facilita’. Se da un lato credo che il progresso sia sempre una cosa postitiva, dall’altro tremo al solo pensiero di quello che ne sara' del lago dopo che verra’ ultimata l’autostrada. Quel poco di cultura tradizionale che rimane rischia di venire spazzato via dalle orde di turisti ancora piu’ numerosi.

Non che adesso sia molto meglio, in verita’. Se c’e’ una cosa che mi e’ rimasta impressa di questo breve viaggio, e' la commercializzazione selvaggia che sta' trasformando il carattere di molti villaggi in riva al lago. Probabilmente voler fare esperienza della cultura Mosuo in un viaggio di due giorni sarebbe stato comunque arduo, ma la necessita' di sfuggire alla massa turistica non ha certo aiutato. Detto questo, le zone rurali piu' lontane dalla riva sembrano ancora non essere state prese d'assalto dal turismo di massa Cinese. Le anziane donne che camminano intorno al lago salmodiando preghiere Tibetane sono la testimonianza di una cultura locale ancora viva. Ed al centro della valle, il lago Lugu rimane intatto e sereno come lo e' sempre stato.