Wednesday, December 9, 2015

Il Capitalismo con Caratteristiche Cinesi

I grattacieli di Shanghai: tutto oro quel che luccica?

Ormai da anni nella stampa Occidentale si sprecano gli encomi per il modello di svilluppo Cinese, con le solite analisi e reportage superficiali, che si fermano alle statistiche impressionanti sulla crescita' del PIL (ultimamente un'po' calata, ma pur sempre assai piu' alta di qualsiasi cosa ci si ricordi in Europa), ed ai grattacieli del centro di Shanghai. Ma quanto ne capiamo davvero dell'economia Cinese e di come funzioni? In realta' sorprendentemente poco.

Uno dei libri piu' interessanti che io abbia letto su questo tema deve essere sicuramente "Il Capitalismo con Caratteristiche Cinesi", uno studio dell'economia Cinese scritto alcuni anni fa' da Huang Yasheng, un nativo di Pechino che insegna a Harvard. Spesso sono proprio gli studiosi Cinesi che lavorano all'estero a fornire le analisi piu' profonde riguardo a questo paese cosi' difficile da capire, e Huang non delude. Il titolo del libro e' un riferimento al famoso "Socialismo con Caratteristiche Cinesi" dello slogan di Deng Xiaoping.

Analizzare l'economia Cinese e' un impresa ardua per via della grandezza del paese e dell'intrinseca opacita' e mancanza di trasparenza del sistema. Come fa' notare Huang nell'introduzione, mentre negli Stati Uniti un saggio potrebbe analizzare gli effetti di un aumento della tassazione, in Cina bisognerebbe prima di tutto determinare se le tasse siano state davvero aumentate oppure no. Ciononostate, Huang riesce a trovare molti dati per argomentare una tesi che, a quanto ne so', e' nuova: secondo lui, il modello di crescita' Cinese degli anni ottanta, promosso da Deng Xiaoping dopo la morte di Mao, e' stato sostanzialmente diverso dal modello seguito dagli anni novanta in poi, ed assai piu' favorevole al benessere del popolo Cinese.

Secondo Huang, durante gli anni ottanta il governo Cinese seguiva una chiara strada verso una liberalizzazzione dell'economia e della societa'. Le riforme erano incentrate sulle campagne, dove i contandini intraprendenti erano autorizzati ed incoraggiati ad incominciare le proprie attivita'. La crescita' economica veniva creata da quelle che in Inglese si definivano "Township and village Enterprises", abbreviato a TVE. Queste imprese, che gli osservatori Occidentali hanno a lungo creduto fossero compagnie statali, in realta' erano imprese di fatto private fondate da singoli contadini. Agli abitanti delle zone rurali veniva permesso di alzare un'po' di fondi in maniera informale per mettersi in affari, oppure gli venivano concessi dei prestiti direttamente dalle banche.

La protezione del diritto alla proprieta' privata degli imprenditori era scarsa (come del resto lo e' anche oggi in Cina), ma la situazione era comunque molto migliorata dai tempi di Mao, e questo bastava perche' i Cinesi si sentissero incoraggiati a prendere dei rischi e mettersi in affari per conto proprio. La gente sentiva che le cose stavano cambiando in meglio, ed avevano fiducia nella determinazione di Deng Xiaoping di mantenere la Cina sulla su questa rotta.

Dopo i tristi eventi del 1989, pero', la fazione conservatrice al interno delle stanze del potere torno' alla ribalta (sopprattutto la cosidetta "fazione di Shanghai"), ed il paese cambio' di nuovo rotta. La maggior parte degli studiosi Occidentali presumono che dopo l'89 il processo di liberalizzazione dell'economia Cinese subi' solo un breve arresto, spesso detto "l'interludio di Tiananmen (1989-1992), ma che dopo il famoso "viaggio nel Sud" di Deng Xiaoping il processo di riforme riprese come prima.

Secondo Huang Yasheng, le cose non sarebbero andate cosi'. In realta', dopo la repressione delle proteste di piazza, la Cina non torno' piu' alla direzione di marcia virtuosa che aveva intrapreso negli anni ottanta. Invece, duranta gli anni novanta si creo' un modello di sviluppo capitalista basato su di un chiaro favoreggiamento delle citta' sulle campagne, delle imprese statali su quelle private, e degli investimenti stranieri sull'intraprendenza autoctona.

Le politiche statali diventarono molto meno favorevoli ai piccoli imprenditori indigeni, con nuove regole restrittive che rendevano molto piu' difficile ottenere credito dalle banche. Quel che e' peggio, molti dei contadini che avevano aperto le TVE piu' di successo vennero espropriati delle loro imprese dai burocrati locali, e nei casi peggiori buttati in galera con accuse montate. Invece di seguire la strada intrapresa da paesi come la Corea del Sud, la Cina divento' un economia di stile Sud Americano, con una crescita' economica guidata da imponenti progetti infrastrutturali commissionati dal governo. Da qui nascono tutti i grattacieli, le nuove linee di metropolitana ed i luccicanti centri commerciali di prima classe di cui si vantano le grandi citta' Cinesi, e che stupiscono i visitatori stranieri.

Questa forma di sviluppo e' stata capace di produrre una crescita' del PIL spettacolare, ed ha continuato a rendere il paese piu' ricco. D'altro canto pero', questo modello e' stato molto meno benefico per il benessere della gente comune. La disparita' tra ricchi e poveri e' diventata enorme (attualmente peggiore dell'India), ed i redditi privati sono diventati una proporzione sempre piu' piccola del PIL nazionale, mentre la maggior parte della ricchezza resta in mani statali. Come si dice spesso in Cina "il paese e' ricco, ma la gente e' povera". I residenti delle campagne sono diventati nulla di piu' che una riserva di manodopera a basso costo per le citta'. Huang tenta di dimostrare che i servizi pubblici (istruzione e sanita') nelle zone rurali hanno sofferto per via di questa tendenza a favorire sempre le citta', e che dopo il 2000 i tassi di analfabetismo nelle campagne sarebbero addirittura aumentati di conseguenza.

C'e' un altra considerazione interessante contenuta nel libro: le grandi marche Cinesi che incominciano a farsi conoscere nel mondo in realta' non rappresentano vere compagnie private, oppure non hanno i propri uffici nella Cina Popolare vera e propria. Ad esempio Lenovo, la compagnia Cinese di computer piu' grande, da lungo tempo viene gestita e controllata soprattutto ad Hong Kong, citta' che pur appartenendo alla Cina mantiene uno status autonomo, con una sistema legale e finanziario di prima classe ereditati dalla Gran Bretagna. Altre grandi compagnie Cinesi che pretendono di essere private in realta' non lo sono, o comunque sono giocoforza asservite agli interessi ed alle strategie del governo, in un sistema che non ne protegge l'autonomia.

Huang Yasheng definisce ripetutamente il sistema economico della Cina di oggi come "crony capitalism", espressione difficilmente traducibile in Italiano. Si tratta di una forma di capitalismo costruita sulla corruzione sistemica e sul potere politico nudo e crudo, in cui il diritto alla proprieta' non e' ben protetto dal sistema legale, e chi vuole fare affari deve basarsi sui propri agganci politici e le proprie conoscenze per proteggersi (il famoso guanxi di cui parlano tutti i libri sulla Cina).

Lo studio di Huang dedica anche un intero capitolo a Shanghai, o meglio a criticare Shanghai e tutto cio' che questa citta' rappresenta. Secondo lui, l'ammirazione smodata che suscita la citta' simbolo del "miracolo Cinese" in molti osservatori stranieri e' basata su una visione superficiale. In realta' Shanghai rappresenta il peggio del sistema economico Cinese. Al contrario della percezione popolare, in questa citta' si seguono politiche profondamente nemiche all'innovazione ed all'intraprendenza autoctona, ma amichevoli agli investimenti stranieri ed alle compagnie statali. La proporzione della ricchezza di Shanghai appartenente a privati e' bassa persino per gli standard Cinesi. Gli enormi grattacieli e le altre lussuose amenita' di questa metropoli sono state in realta' finanziate con i soldi del resto del paese, e soprattutto delle regioni piu' produttive come il Zhejiang ed il Guangdong.

La critica che Huang lancia al sistema Cinese e' sicuramente molto sentita, e basata su un approfondita ricerca delle statistiche Cinesi che sarebbe stata impossibile senza una profonda conoscenza della lingua e della cultura. La sua descrizione dei malanni della Cina odierna risultera' molto comprensibile a chiunque ci abbia vissuto per un'po' di tempo.

Allo stesso stempo, credo che la sua fede nella capacita' di quello che lui chiama il capitalismo "virtuoso", un capitalismo basato sull'intraprendenza privata e sul libero mercato e che protegga il diritto alla proprieta' privata, di fornire giustizia sociale ed equita' sia malriposto. Dopotutto questa forma di capitalismo e' ben impiantata negli USA, suo paese di adozione, ma negli Stati Uniti c'e' relativamente poca eguaglianza e giustizia sociale paragonato ad altre nazioni industrializzate.

Credo che un governo che redistribuisca la ricchezza attraverso la tassazione sia una neccessita' se si vuole arrivare ad una societa' piu' giusta ed equa. Credo anche che se la crisi finanziaria del 2008 ha insengnato qualcosa, e' che un sistema finanziario totalmente liberalizzato e sregolato puo' anch'esso distorcere l'economia e fare danni immani, regalando allo stesso tempo immense ricchezze ad una piccola minoranza. Allo stesso tempo pero', gli interventi statali devono avere luogo in un complesso di regole chiare e di diritti ben definiti e protetti, e questo e' cio' che il sistema Cinese rimane purtroppo incapace di assicurare.

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