Wednesday, December 9, 2015

Il Capitalismo con Caratteristiche Cinesi

I grattacieli di Shanghai: tutto oro quel che luccica?

Ormai da anni nella stampa Occidentale si sprecano gli encomi per il modello di svilluppo Cinese, con le solite analisi e reportage superficiali, che si fermano alle statistiche impressionanti sulla crescita' del PIL (ultimamente un'po' calata, ma pur sempre assai piu' alta di qualsiasi cosa ci si ricordi in Europa), ed ai grattacieli del centro di Shanghai. Ma quanto ne capiamo davvero dell'economia Cinese e di come funzioni? In realta' sorprendentemente poco.

Uno dei libri piu' interessanti che io abbia letto su questo tema deve essere sicuramente "Il Capitalismo con Caratteristiche Cinesi", uno studio dell'economia Cinese scritto alcuni anni fa' da Huang Yasheng, un nativo di Pechino che insegna a Harvard. Spesso sono proprio gli studiosi Cinesi che lavorano all'estero a fornire le analisi piu' profonde riguardo a questo paese cosi' difficile da capire, e Huang non delude. Il titolo del libro e' un riferimento al famoso "Socialismo con Caratteristiche Cinesi" dello slogan di Deng Xiaoping.

Analizzare l'economia Cinese e' un impresa ardua per via della grandezza del paese e dell'intrinseca opacita' e mancanza di trasparenza del sistema. Come fa' notare Huang nell'introduzione, mentre negli Stati Uniti un saggio potrebbe analizzare gli effetti di un aumento della tassazione, in Cina bisognerebbe prima di tutto determinare se le tasse siano state davvero aumentate oppure no. Ciononostate, Huang riesce a trovare molti dati per argomentare una tesi che, a quanto ne so', e' nuova: secondo lui, il modello di crescita' Cinese degli anni ottanta, promosso da Deng Xiaoping dopo la morte di Mao, e' stato sostanzialmente diverso dal modello seguito dagli anni novanta in poi, ed assai piu' favorevole al benessere del popolo Cinese.

Secondo Huang, durante gli anni ottanta il governo Cinese seguiva una chiara strada verso una liberalizzazzione dell'economia e della societa'. Le riforme erano incentrate sulle campagne, dove i contandini intraprendenti erano autorizzati ed incoraggiati ad incominciare le proprie attivita'. La crescita' economica veniva creata da quelle che in Inglese si definivano "Township and village Enterprises", abbreviato a TVE. Queste imprese, che gli osservatori Occidentali hanno a lungo creduto fossero compagnie statali, in realta' erano imprese di fatto private fondate da singoli contadini. Agli abitanti delle zone rurali veniva permesso di alzare un'po' di fondi in maniera informale per mettersi in affari, oppure gli venivano concessi dei prestiti direttamente dalle banche.

La protezione del diritto alla proprieta' privata degli imprenditori era scarsa (come del resto lo e' anche oggi in Cina), ma la situazione era comunque molto migliorata dai tempi di Mao, e questo bastava perche' i Cinesi si sentissero incoraggiati a prendere dei rischi e mettersi in affari per conto proprio. La gente sentiva che le cose stavano cambiando in meglio, ed avevano fiducia nella determinazione di Deng Xiaoping di mantenere la Cina sulla su questa rotta.

Dopo i tristi eventi del 1989, pero', la fazione conservatrice al interno delle stanze del potere torno' alla ribalta (sopprattutto la cosidetta "fazione di Shanghai"), ed il paese cambio' di nuovo rotta. La maggior parte degli studiosi Occidentali presumono che dopo l'89 il processo di liberalizzazione dell'economia Cinese subi' solo un breve arresto, spesso detto "l'interludio di Tiananmen (1989-1992), ma che dopo il famoso "viaggio nel Sud" di Deng Xiaoping il processo di riforme riprese come prima.

Secondo Huang Yasheng, le cose non sarebbero andate cosi'. In realta', dopo la repressione delle proteste di piazza, la Cina non torno' piu' alla direzione di marcia virtuosa che aveva intrapreso negli anni ottanta. Invece, duranta gli anni novanta si creo' un modello di sviluppo capitalista basato su di un chiaro favoreggiamento delle citta' sulle campagne, delle imprese statali su quelle private, e degli investimenti stranieri sull'intraprendenza autoctona.

Le politiche statali diventarono molto meno favorevoli ai piccoli imprenditori indigeni, con nuove regole restrittive che rendevano molto piu' difficile ottenere credito dalle banche. Quel che e' peggio, molti dei contadini che avevano aperto le TVE piu' di successo vennero espropriati delle loro imprese dai burocrati locali, e nei casi peggiori buttati in galera con accuse montate. Invece di seguire la strada intrapresa da paesi come la Corea del Sud, la Cina divento' un economia di stile Sud Americano, con una crescita' economica guidata da imponenti progetti infrastrutturali commissionati dal governo. Da qui nascono tutti i grattacieli, le nuove linee di metropolitana ed i luccicanti centri commerciali di prima classe di cui si vantano le grandi citta' Cinesi, e che stupiscono i visitatori stranieri.

Questa forma di sviluppo e' stata capace di produrre una crescita' del PIL spettacolare, ed ha continuato a rendere il paese piu' ricco. D'altro canto pero', questo modello e' stato molto meno benefico per il benessere della gente comune. La disparita' tra ricchi e poveri e' diventata enorme (attualmente peggiore dell'India), ed i redditi privati sono diventati una proporzione sempre piu' piccola del PIL nazionale, mentre la maggior parte della ricchezza resta in mani statali. Come si dice spesso in Cina "il paese e' ricco, ma la gente e' povera". I residenti delle campagne sono diventati nulla di piu' che una riserva di manodopera a basso costo per le citta'. Huang tenta di dimostrare che i servizi pubblici (istruzione e sanita') nelle zone rurali hanno sofferto per via di questa tendenza a favorire sempre le citta', e che dopo il 2000 i tassi di analfabetismo nelle campagne sarebbero addirittura aumentati di conseguenza.

C'e' un altra considerazione interessante contenuta nel libro: le grandi marche Cinesi che incominciano a farsi conoscere nel mondo in realta' non rappresentano vere compagnie private, oppure non hanno i propri uffici nella Cina Popolare vera e propria. Ad esempio Lenovo, la compagnia Cinese di computer piu' grande, da lungo tempo viene gestita e controllata soprattutto ad Hong Kong, citta' che pur appartenendo alla Cina mantiene uno status autonomo, con una sistema legale e finanziario di prima classe ereditati dalla Gran Bretagna. Altre grandi compagnie Cinesi che pretendono di essere private in realta' non lo sono, o comunque sono giocoforza asservite agli interessi ed alle strategie del governo, in un sistema che non ne protegge l'autonomia.

Huang Yasheng definisce ripetutamente il sistema economico della Cina di oggi come "crony capitalism", espressione difficilmente traducibile in Italiano. Si tratta di una forma di capitalismo costruita sulla corruzione sistemica e sul potere politico nudo e crudo, in cui il diritto alla proprieta' non e' ben protetto dal sistema legale, e chi vuole fare affari deve basarsi sui propri agganci politici e le proprie conoscenze per proteggersi (il famoso guanxi di cui parlano tutti i libri sulla Cina).

Lo studio di Huang dedica anche un intero capitolo a Shanghai, o meglio a criticare Shanghai e tutto cio' che questa citta' rappresenta. Secondo lui, l'ammirazione smodata che suscita la citta' simbolo del "miracolo Cinese" in molti osservatori stranieri e' basata su una visione superficiale. In realta' Shanghai rappresenta il peggio del sistema economico Cinese. Al contrario della percezione popolare, in questa citta' si seguono politiche profondamente nemiche all'innovazione ed all'intraprendenza autoctona, ma amichevoli agli investimenti stranieri ed alle compagnie statali. La proporzione della ricchezza di Shanghai appartenente a privati e' bassa persino per gli standard Cinesi. Gli enormi grattacieli e le altre lussuose amenita' di questa metropoli sono state in realta' finanziate con i soldi del resto del paese, e soprattutto delle regioni piu' produttive come il Zhejiang ed il Guangdong.

La critica che Huang lancia al sistema Cinese e' sicuramente molto sentita, e basata su un approfondita ricerca delle statistiche Cinesi che sarebbe stata impossibile senza una profonda conoscenza della lingua e della cultura. La sua descrizione dei malanni della Cina odierna risultera' molto comprensibile a chiunque ci abbia vissuto per un'po' di tempo.

Allo stesso stempo, credo che la sua fede nella capacita' di quello che lui chiama il capitalismo "virtuoso", un capitalismo basato sull'intraprendenza privata e sul libero mercato e che protegga il diritto alla proprieta' privata, di fornire giustizia sociale ed equita' sia malriposto. Dopotutto questa forma di capitalismo e' ben impiantata negli USA, suo paese di adozione, ma negli Stati Uniti c'e' relativamente poca eguaglianza e giustizia sociale paragonato ad altre nazioni industrializzate.

Credo che un governo che redistribuisca la ricchezza attraverso la tassazione sia una neccessita' se si vuole arrivare ad una societa' piu' giusta ed equa. Credo anche che se la crisi finanziaria del 2008 ha insengnato qualcosa, e' che un sistema finanziario totalmente liberalizzato e sregolato puo' anch'esso distorcere l'economia e fare danni immani, regalando allo stesso tempo immense ricchezze ad una piccola minoranza. Allo stesso tempo pero', gli interventi statali devono avere luogo in un complesso di regole chiare e di diritti ben definiti e protetti, e questo e' cio' che il sistema Cinese rimane purtroppo incapace di assicurare.

Friday, August 28, 2015

Qualcuno in Cina ha il senso dell'umorismo...






Qui sopra vedete riportato una notizia pubblicata due giorni fa' dal sito Cinese 网易. Conosciuto con il nome di Netease in Inglese, si tratta di uno dei portali di informazione piu' popolari della Cina.

Ecco la traduzione della notizia:

La Birmania sblocca Facebook, solo quattro paesi continuano a censurarne l'uso.

La Birmania ha annunciato di recente che smettera' di bloccare l'accesso a Facebook, il Social Network piu' popolare del globo. Adesso restano solo quattro paesi in tutto il mondo che continuano a impedire l'accesso a Facebook, incluso la Corea del Nord, Cuba, l'Iran ed altri.

Inutile dire chi siano questi "altri": la Cina, che blocca Facebook in tutta la nazione almeno dal 2009. L'effetto comico e' chiaramente voluto, ed il sito e' gia' stato costretto a cancellare la notizia. Evidentemente, il fatto che la Cina sia in compagnia di soli tre altri paesi non propriamente conosciuti come progressisti (eccetto forse Cuba?) e' una cosa che si preferisce non rimarcare troppo.

Thursday, August 20, 2015

Cronaca di un viaggio intorno al lago Lugu


Il lago Lugu e’ un posto di cui forse non avrete mai sentito parlare. Sospeso tra le province dello Yunnan e del Sichuan, nella Cina sud-occidentale, alle pendici dell’altopiano Tibetano, questo lago rappresenta il centro dell’universo per un piccolo popolo che abita le sue rive, di cui probabilmente avrete sentito parlare ancora meno.

I Mosuo sono un popolo di 40,000 anime, una delle tante minoranze non-Cinesi (ma questo non ditelo ai Cinesi! Per loro si tratta di “minoranze etniche, parte integrante della grande famiglia felice di 56 etnie che insieme compongono la Cina”) che vivono in queste remote zone montuose, storico crocevia tra la Cina vera e propria, il Tibet ed il Sud-Est Asiatico. Questa etnia in particolare e’ diventata famosa in Cina perche’ la loro cultura presenta alcuni aspetti curiosi: tanto per iniziare, la societa’ Mosuo e’ tutt’oggi matriarcale. In altre parole, comandano le donne.

Come se non bastasse, i Mosuo non praticano matrimoni veri e propri. Invece, regna una tradizione che viene tradotta dai Cinesi come “il matrimonio a piedi”: quando ad una donna piace un uomo, puo’ invitarlo a passare la notte nella sua capanna. Il mattino dopo, l’uomo tornera’ a casa sua. Queste relazioni “notturne” possono durare per anni o anche per sempre. I figli vengono accuditi dalla madre e dalla sua famiglia, e non hanno rapporti con il padre. La struttura familiale dei Mosuo e’ stata definita da un antropologo “un fossile vivente per lo studio della storia delle relazione maritali negli esseri umani”.

Ho visitato il lago Lugu nell’aprile di quest’anno, durante una gita nella Cina Sud-Occidentale. Per arrivare al lago, io e la mia compagna di viaggio prendiamo un minibus privato che parte da Lijiang, una citta’ dello Yunnan. Per raggiungere il lago non c’e’ altro modo se non farsi cinque ore di viaggio su serpeggianti stradine di montagna, ad altitudini che arrivano oltre i 2000 metri. I passegeri del nostro minibus (tutti turisti Cinesi, ed un paio di Singaporesi) si dividono tra chi soffre il mal d’auto e chi patisce l’altitudine e la mancanza di ossigeno. Io rientro nella prima categoria. Di quando in quando ci fermiamo in qualche piccola stazione di sosta, muniti di bagni disgustosi come sanno esserlo solo i bagni pubblici della Cina piu’ profonda.

Mano a mano che avanziamo, il paesaggio riporta sempre di piu’ alle lande desolate dell’altopiano Tibetano, e sempre meno alla Cina vera e propria. Ai bordi delle strade si notano tumuli di pietre Mani, le pietre piatte sulle quali i devoti del Buddismo Tibetano iscrivono il famoso mantra, “om mani padme hum” ("il gioiello nel fiore di loto"). Le popolazioni di questi luoghi, seppur non Tibetani, seguono da secoli la versione del Buddismo originaria del Tibet, quella dei Lama.

Dopo ore di viaggio, arriviamo finalmente a scorgere da lontano il famoso lago Lugu. Un bel panorama, non c’e’ che dire. Il lago si trova in una valle in mezzo alle montagne. E’ molto grosso (50 km. quadrati), e conta diverse isole al suo interno. I Mosuo e gli alti popoli che abitano sulle sue rive lo considerano sacro, e pensano sia tabu’ uccidere gli animali o tagliare gli alberi sulle sue rive. Dopo un altra mezz’ora di viaggio, giungiamo finalmente a destinazione: il villaggio di Lushui, sulle rive del lago.

Purtroppo in Cina sono finiti da un pezzo i tempi in cui il viaggiatore straniero poteva godersi i posti piu’ affascinanti in perfetta solitudine. Gia’ da qualche decina di anni, in Cina e’ esploso il turismo interno. Sono ormai centinaia di milioni i Cinesi che possono permettersi di viaggiare almeno all’interno del loro smisurato paese, se non all’estero.

Il lago Lugu non e’ stato risparmiato dal turismo. Ad attirare i forestieri sono le curiose tradizioni matriarcali dei Mosuo, e soprattutto i loro matrimoni consumati solo di notte, che per i Cinesi sembrano rappresentare una sorta di promiscuita’ sessuale lontana dal loro relativo puritanesimo. Il problema e’ che i turisti Cinesi in genere hanno una capacita’ di distinguere le esperienze culturali autentiche dal kitsch turistico pari allo zero. O perlomeno pari a quello delle prime turbe di turisti Occidentali degli anni cinquanta, che andavano in Africa e pretendevano di vedere indigeni che danzavano in gonnellino. Del resto la parola “kitsch” e’ intraducibile in Cinese. Questa mancanza di gusto, unita all’enorme popolazione Cinese, significa che non appena un posto viene “scoperto” dal turismo interno, diventa ben presto un carrozzone pieno di immense masse di visitatori che rovinano con la loro presenza quell’atmosfera speciale che sono venuti a cercare.

La serenita’ del lago Lugu e’ in parte protetta dal fatto che il luogo e’ difficile da raggiungere, ma nulla puo’ frenare completamente le orde di turisti Cinesi. Il vilaggio in cui decidiamo malauguratamente di passare la notte, Lushui, purtroppo e’ il piu’ turistico di tutti quelli che circondano il lago, anche se all’inizio non lo sapevamo. Le due strade affacciate sul lago sono interamente dedicate al turismo, e consistono solo di ostelli, alberghetti, negozi di artigianato locale e ristoranti. Soltanto il secondo giorno, scopriamo che gli abitanti originari vivono in un altro quartiere piu’ lontano dal lago. Buona parte dei visitatori sono studenti universitari Cinesi, venuti dalle citta’ piu’ vicine. Con se’ portano la mentalita’ terribilmente materialista della Cina urbana di oggi. La gente del posto lavora quasi interamente nel settore turistico, dove viene giocoforza influenzata dalla mentalita’ dei visitatori.  

L’ostello in cui decidiamo di passare la notte si rivela un tugurio senza rimedio. La struttura e’ diretta da due Cinesi, non del luogo ma di fuori, una ragazza giovane ed un uomo piu’ anziano. Questi due tipi hanno in comune uno sguardo acido ed un modo di fare talmente sgarbato, che sembra considerino una tua colpa il fatto di aver deciso di essere loro ospite a pagamento. Per di piu’, ogni giorno l’elettricita’ viene spenta in tutto il paese dalle nove di mattino alle sette di sera, perche’ le autorita’ stanno ricostruendo la linea elettrica. Prendiamo cosi’ mestamente alloggio in una modesta camera senza luce, mentre fuori piove e fa’ abbastanza freddo, intorno ai 10 gradi.

Ci rifugiamo nella lobby, che e’ arredata come in tutti gli ostelli del mondo, con libri lasciati da altri viaggiatori, alcuni computer, dei divani e dei tavoli. Il problema pero’ e’ che i divani e l’intera stanza si rivelano del tutto luridi. Colpa dell’enorme cane nero, appartenente ai proprietari, che passa tutto il giorno oziando sui divani. Il cane e’ amichevole, ma perennemente coperto da un nugolo di mosche, ed i divani sembrano non essere stati lavati da anni. Come se non bastasse, veniamo informati che l’ostello non ha un servizio di lavaggio vestiti. In un qualsiasi paese Occidentale, dubito molto che un posto simile potrebbe sopravvivere a lungo. Anzi, forse verrebbe chiuso di forza dalle autorita’. In Cina pero’ la gente fa’ buon viso a tutto. Per viaggiare nella Cina profonda bisogna avere la pazienza di un santo, prendere le cose con filosofia, e saper trovare la bellezza ovunque si annidi.

Ci sediamo su alcuni divani leggermente meno sporchi, e facciamo amicizia con una giovane coppia Israeliana, gli unici altri viaggiatori stranieri che abbiamo incontrato nell’ostello ed in tutta la regione. Il ragazzo ci dice che stanno viaggiando per la Cina, dopo aver completato il servizio militare obbligatorio per tutti gli Israeliani. Per venire in un posto simile senza parlare una parola di Cinese ci vuole un bel coraggio, mi trovo a pensare.

Quella sera usciamo a fare una passeggiata in riva al lago. Nonostante i turisti, un’po’ di vera cultura locale e’ ancora in evidenza. In riva al lago c’e’ un grande cumolo di pietre Mani, intorno al quale girano pregando in senso orario (come vuole la tradizione) le anziane delle minoranze locali, coperte dai colorati abiti tradizionali ancora in voga tra le donne in queste zone della Cina. Inoltre c’e’ un imponente Yak, animale simbolo del Tibet, legato in riva al lago. Le aque del lago sono limpide e chiare, ed in cielo si vedono le stelle, cosa che a Pechino non succede praticamente mai. Quella sera mangiamo un buon hot pot in un ristorante locale, e poi andiamo all’unico locale notturno del paese, ovviamente provvisto di karaoke, dove entusiasmo tutti i presenti cantando qualche successo Cinese.

Quella sera, tornata l’elettricita’, usiamo un’po’ i computer nella lobby dell’ostello per controllare la email. Mentre sto’ leggendo la mia email, all’improvviso un ragno molto ma molto grosso esce correndo da sotto il computer di Ting Ting, seduta accanto a me, facendoci prendere uno spavento ad entrambi. Dopo un’po’ torniamo nella nostra fredda camera, e ci buttiamo sotto le coperte.

Il giorno dopo incomincia meglio. Pur essedoci svegliati dopo le nove, quindi senza elettricita’ ne’ acqua calda e senza poter fare la doccia, siamo impazienti di esplorare il lago. Almeno la pioggia e’ cessata. Decidiamo di fare il giro del lago, un viaggio di 56 km. I Mosuo una volta all’anno girano intorno al lago a piedi in una sorta di pellegrinaggio, fermandosi a tutti i templi e gli stupa che ci sono lungo la strada. Ovviamente il giro deve svolgersi in senso orario, come vuole la tradizione Buddista.

Non avendo la devozione ne’ il tempo di farcela a piedi, decidiamo di affittare un bici elettrica. In Cina le bici elettriche sono ovunque, come un equivalente pulito ed economico dei motorini in Italia. In riva al lago e’ pieno di negozi che le affittano. L’unico problema e’ che nessuno di essi metteva a disposizione anche dei caschi. La gente del posto e’ convinta che per andare sullle bici elettriche il casco non serve, anche se arrivano a 60 all’ora. Dopo esserci convinti che non si trovi un solo casco nell’intero paese, decidiamo a malincuore di farne a meno. Affittiamo una sola moto, guidata da me con Ting Ting seduta dietro. Il clima e’ freddo e piovoso, e prima di partire compro una giacca di quelle che usano la gente del posto. La giacca e’ imbottita di lana di pecora, ed emette una tale puzza di pecora che non me la sono mai piu’ potuta mettere. 
Per girare intorno al lago serve una giornata intera. Iniziamo quindi il giro, guidando su delle stradine sopraelevate da cui si scorge un bellissimo panorama. Passiamo per alcuni altri villaggi molto turistici, o che si apprestano a diventarlo. In ognuno di essi ci sono muratori che costruiscono edifici nuovi, pronti a trasformarsi in alberghi e ristoranti. Il passato di questi luoghi viene cosi’ sotterrato, con quella velocita’ e quell’indifferenza che ai Cinesi riesce come a nessun altro. Dopo qualche chilometro, lentamente, l’atmosfera inizia a farsi meno turistica. Ci fermiamo a mangiare in un vilaggio gia’ molto meno trafficato e commercializzato rispetto ai precedenti. Anche se ci sono alcuni ostelli, il villaggio sembra ancora appartenere alla gente del luogo, anziche’ ai turisti. In riva al lago la facciamo conoscenza di un giovane del posto. Dai lineamenti e dall’accento con cui parla il Cinese, e’ evidente la sua appartenenza al popolo Mosuo.

Il giovane si accorge del nostro reale interesse per la sua cultura, cosa rara nella maggior parte dei visitatori, e si offre di portarci a vedere la casa della sua famiglia. La loro casa, ci dice, e’ un autentico edificio antico vecchio di alcuni secoli, ora protetto dalla legge. Passiamo per una stradina piena di maiali (nelle campagne Cinesi non mancano mai), ed arriviamo alla sua casa, che effettivamente si rivela interessante. Lo zio del giovane ci accoglie nel cortile tradizionale dell’abitazione. Sono in evidenza dei cadaveri di maiali preservati interi ed all’aperto per essere mangiati, secondo la tradizione locale; la carcassa di un cervo appeso alla parete; ed anche un filatoio, dove si tessono i vestiti colorati indossati dalle donne del luogo. Tra di loro la famiglia comunica nella lingua dei Mosuo, che con il Cinese non ha nulla a che vedere. Con noi parlano in un Cinese non certo perfetto, ma comprensibile. 

Il nostro amico ci porta dentro ad una stanza buia e dall’aspetto antico, e ci informa con fierezza che e’ stata costruita alcuni secoli fa’ in legno pregiato. In Italia l’idea di vivere in una casa vecchia di alcuni secoli non e’ poi cosi’ strana. In Cina, pero’, e’ una cosa estremamente rara. Un’po’ perche’ i Cinesi hanno spesso costruito le loro case in legno, ed un’po’ perche’ durante gli ultimi decenni buona parte degli edifici piu’ vecchi sono stati spazzati via dall’aggressiva e distruttiva modernizzazione del paese.

All’interno della stanza mi colpiscono i bei Thangka appesi alla parete. Poi noto un immagine del Dalai Lama. In Tibet la raffigurazione e la venerazione del Dalai Lama sono ufficialmente vietati, e la stampa governativa Cinese continua a condannare il vecchio monaco come “un lupo travestito da agnello” ed un “secessionista senza scrupoli”. In queste zone pero’ la venerazione per la figura del Dalai Lama rimane profonda, dopo ben 56 anni dalla sua precipitosa fuga in India.  

Dopo esserci congedati da questa amichevole famiglia locale, proseguiamo il nostro giro del lago. Oltrepassato il confine con il Sichuan, l’atmosfera cambia completamente. Le strade si fanno migliori (il Sichuan e’ una provincia piu’ ricca dello Yunnan), e la presenza turistica e’ quasi azzerata. La strada abbandona il lago e ci porta nell’entroterra. Attraversiamo piccoli vilaggi pieni di donne vestite in abiti tradizionali, che chiacchierano allegramente sull’orlo della strada, accovacciate alla maniera Cinese. Chissa’ perche’ tra le minoranze etniche della Cina sono sempre e solo le donne che continuano a portare i vestiti tradizionali, mentre gli uomini si vestono in modo moderno. La gente di questi luoghi appare sempre assai piu’ felice e rilassata degli abitanti delle grandi citta’ Cinesi, stressati e vessati.

Ci fermiamo a prelevare del denaro in una cittadina che deve essere il capoluogo della contea. Come in molte cittadine della Cina Occidentale, la strada principale rimanda ad un film Western. Noto un ufficio governativo il cui nome e’ scritto sia in Cinese che nella lingua Yi, che in questa contea e’ in teoria co-ufficiale con il Cinese. Il governo Cinese designa le zone con molti appartenenti alle minoranze etniche come “regioni autonome”, ed alle lingue locali vengono dati dei crismi di ufficialita’ (anche se poi tutto quello che conta veramente e’ in Cinese). 

La strada torna alla riva del lago, e ci riporta nello Yunnan. Poco prima del nostro ritorno inizia a piovere, per fortuna non troppo forte. Mi copro con la mia giacca imbottita di lana di pecora e riesco comunque a finire il giro del lago e riportarci a Lushui, nel buio e sotto la pioggia, dopo almeno otto ore dalla partenza. Quella sera andiamo a vedere uno show di danze tradizionali eseguite dalla gente del posto, che come avevo gia’ previsto non si rivela un granche’. Si tratta di uno spaccato della cultura locale, ma preconfenzionato per i turisti Cinesi. La troupe consiste di una cinquantina di giovani, probabilmente tutti quelli del paese, che hanno scoperto che vestirsi nei costumi dei loro nonni e mettersi a ballare per i turisti rende molto di piu’ che lavorare la terra o fare i manovali.


Accanto a noi siede una giovane coppia della provincia dell’Henan, che quando mi sentono parlare Cinese si sorprendono moltissimo e vogliono chiacchierare con me. Il loro entusiasmo e’ quasi travolgente. Vengono dalla Cina profonda, ed e’ improbabile che abbiano mai incontrato uno straniero che parlasse Cinese prima di ora. Anzi, forse non hanno mai incontrato uno straniero e basta. Per i loro gusti un’po’ meno sofisticati dei miei, lo spettacolo va’ benissimo. Prima di ridere dei turisti Cinesi e dei loro gusti un’po’ pacchiani, bisogna ricordare che parliamo di persone che non sono mai state all’estero, e che i loro genitori non sapevano nemmeno cosa fosse il turismo. Comunque riusciamo a malapena a scrollarci di dosso la coppia e tornare in ostello.

Il mattino dopo ripartiamo verso Lijiang, sapendo che ci aspettano altre cinque ore di stradine di montagna e mal d’auto prima di arrivare a destinazione. L’autista ci fa’ sapere che fra qualche anno verra’ terminata una nuova autostrada che permettera’ di arrivare al lago Lugu con molta piu’ facilita’. Se da un lato credo che il progresso sia sempre una cosa postitiva, dall’altro tremo al solo pensiero di quello che ne sara' del lago dopo che verra’ ultimata l’autostrada. Quel poco di cultura tradizionale che rimane rischia di venire spazzato via dalle orde di turisti ancora piu’ numerosi.

Non che adesso sia molto meglio, in verita’. Se c’e’ una cosa che mi e’ rimasta impressa di questo breve viaggio, e' la commercializzazione selvaggia che sta' trasformando il carattere di molti villaggi in riva al lago. Probabilmente voler fare esperienza della cultura Mosuo in un viaggio di due giorni sarebbe stato comunque arduo, ma la necessita' di sfuggire alla massa turistica non ha certo aiutato. Detto questo, le zone rurali piu' lontane dalla riva sembrano ancora non essere state prese d'assalto dal turismo di massa Cinese. Le anziane donne che camminano intorno al lago salmodiando preghiere Tibetane sono la testimonianza di una cultura locale ancora viva. Ed al centro della valle, il lago Lugu rimane intatto e sereno come lo e' sempre stato.

Monday, June 29, 2015

È davvero così utile studiare il Cinese?


L'ultimo decennio ha visto un vero e proprio boom di interesse per lo studio del Cinese in tutto il mondo. La crescita' economica della Cina ha suscitato in molti l'idea che studiare il Cinese sia un modo per portarsi un passo avanti agli altri, per assicurarsi un lavoro e per aproffitare dell'ascesa della "nuova superpotenza".

Nelle universita' da Washington a Bangkok le facolta' di Cinese hanno visto crescite esponenziali nel numero degli iscritti. Il governo Cinese, aprendo Istituti Confucio in tutto il mondo, ha tentato di incoraggiare questo trend, ben conscio dei vantaggi economici e di influenza che qualunque paese puo' ricevere dall'espansione della sua lingua.

L'Italia non e' stata certo risparmiata da questa ondata di entusiasmo per lo studio del Cinese. Negli ultimi anni, il numero degli studenti di Cinese ha continuato ad aumentare. Almeno se vogliamo credere ad un reportage del 2013 del Sole 24ore, secondo cui le maggiori universita' Italiane avevano visto raddoppiare o triplicare il numero degli studenti iscritti alle facolta' di Cinese negli anni precedenti. Secondo il reportage, anche la crisi economica spingerebbe molti ragazzi Italiani a buttarsi sul Cinese, pensando che aiuti a trovare lavoro.

A quanto pare, pero', ultimamente l'entusiasmo per lo studio del Cinese ha incominciato ad affievolirsi in un paese chiave, gli Stati Uniti. Secondo questo articolo della Reuters, il numero di studenti che studiano Cinese nelle universita' Americane e' aumentato del 50% tra il 2000 ed il 2006, del 16% tra il 2006 ed il 2009, e di un misero 2% tra 2009 ed il 2013. Trend simili sono stati registrati anche in altri paesi. L'idea che studiare il Cinese apra chissa' quali porte e permetta di trovare chissa' quali posti di lavoro stupendi inizia decisamente a perdere credito, adesso che sempre piu' laureati in Cinese si scontrano con la dura realta'.

Sembra che in Italia non si sia ancora arrivati a questa realizzazione, ma credo che purtroppo anche qui ci si arrivera' ben presto. La verita' e' che lo studio del Cinese, se non e' accompagnato da altri studi e conoscenze, non comporta assolutamente i grandi vantaggi pratici e lavorativi che molti sembrano credere. E lo dico da persona che parla e scrive un Cinese abbastanza decente (ma ben lungi dall'essere perfetto), dopo averlo studiato per un anno in un universita' Pechinese, ed aver vissuto in Cina per diversi anni.

Una lingua difficile

Innanzitutto, bisogna considerare la natura della lingua stessa. Per un Europeo, ma diciamo pure per chiunque non venga da un paese dell'Estremo Oriente, imparare il Cinese e' un impresa davvero ardua. Il costo, in termini sia di tempo che di risorse, e' enorme. Apparte alcuni casi eccezionali, per la maggior parte delle persone e' impossibile arrivare ad un livello decente di conoscenza del Cinese senza dedicare tre o quattro anni di studio a tempo pieno a questa lingua, preferibilmente vivendo in Cina.

La necessita' di memorizzare come minimo tre o quattro mila caratteri e di ricordare con quali dei quattro toni del Cinese Mandarino va' pronunciato ogni singolo carattere rappresenta per molti un ostacolo insuperabile. Per riuscire a parlare bene il Cinese ci vuole buona memoria, una determinazione di ferro e la pazienza di un santo.

Anche vivere in Cina non basta; ci sono tanti casi di Occidentali che hanno vissuto in Cina per anni o persino decenni senza mai imparare davvero a comunicare in Cinese. Molti stranieri che si trasferiscono in Cina per lavoro pensando di poter imparare la lingua studiando in qualche corso serale o da soli il fine settimana rimangono delusi. Chi vive in Cina deve comunque pensare di studiare la lingua a tempo pieno per qualche anno e dedicarsi solo a quello se vuole avere qualche speranza di arrivare ad un buon livello.

Inutile dirlo, molti ragazzi Italiani che studiano il Cinese ma non hanno l'opportunita' di passare un anno o due in Cina arrivano alla laurea senza saper neanche' ordinare in un ristorante Cinese, anche se magari leggono e scrivono abbastanza bene. La colpa e' in parte dei metodi di studio antiquati che ancora imperano nelle facolta' di Cinese in Italia, ma imparare il Cinese senza vivere in Cina rimarebbe comunque un impresa ardua a prescindere.

Trovare lavoro con il Cinese e' davvero cosi' facile?

Tralasciando l'enorme difficolta' della lingua stessa, ci sono anche altri fattori che rendono la conoscenza del Cinese molto meno utile di quanto si pensi comunemente. Anche per chi riesce ad aquisire un buon Cinese, i benefici in ambito lavorativo non sono necessariamente quelli sperati.

E' vero che negli ultimi anni la Cina ha visto una vorticosa crecita' economica. E' vero anche che ci sono sempre piu' aziende in tutto il mondo che commerciano con la Cina. E' quindi sicuramente vero che ci sono sempre piu' aziende che hanno bisogno di personale qualificato che parli Cinese. Ma oltre alla domanda, bisogna considerare anche l'offerta: ci sono gia' un miliardo di Cinesi che parlano il Cinese senza problemi. Una non piccola parte di questi e' immigrata nel mondo Occidentale, e ci sono sempre piu' giovani Cinesi che studiano all'estero.

Nei paesi Anglosassoni ed Europei, vivono non pochi giovani Cinesi che conoscono perfettamente (o quasi) sia il Cinese che la lingua locale. Quali vantaggi puo' offrire ad un azienda Britannica un giovane Inglese che parla un Cinese stentato, piuttosto che un giovane Cinese che ha studiato in Gran Bretagna e parla senza problemi sia il Cinese che l'Inglese? E lo stesso discorso vale per l'Italia.

Trovare lavoro in Europa o comunque fuori dalla Cina solo perche' si parla Cinese non e' davvero facile. La verita' e' che la conoscenza del Cinese puo' rappresentare una marcia in piu', ma soltanto se e' accompagnata da altre competenze ed esperienze. Imparare il Cinese pero' richiede cosi' tanto tempo ed impegno, che spesso impedisce di svilluppare altre competenze professionali.

Ovviamente rimane un altra strada: trasferirsi in Cina per tentare di trovare lavoro nelle metropoli come Pechino o Shanghai. Anche qui pero', i sogni sono probabilmente destinati ad infrangersi contro la dura realta'.

Per un giovane Europeo che non abbia altre qualificazioni se non la conoscenza del Cinese, le probabilita' di trovare un lavoro serio in Cina sono scarse. La maggior parte delle aziende Cinesi non ha i requisiti per offrire visti di lavoro per stranieri, ed i salari che offrono sono comunque bassi. Ci sono anche le non pochi multinazionali straniere con sedi in Cina, ma ottenere lavoro in posti simili non e' cosa semplice. Non basta certo conoscere il Cinese, anche se aiuta. Sono richieste anche capacita' ed esperienze di lavoro di un certo tipo.

L'unico lavoro ottenibile con facilita' per un giovane Europeo che cerca lavoro in Cina sarebbe quello di insegnante di lingue straniere, e soprattutto di Inglese. In Cina la richiesta di insegnanti di Inglese stranieri e' enorme, e molte scuole sono disposte anche ad assumere persone che non vengono da paesi Anglosassoni, e che magari non parlano l'Inglese nemmeno tanto bene. Non sono neanche' richiesti dei requisiti o dell'esperienza nell'insegnamento. Molto spesso basta avere una faccia straniera, e si viene assunti.

Insegnare l'Inglese rappresenta un buon modo per vivere in Cina qualche anno e conoscere un'po' il paese, ma nel lungo termine non puo' essere un traguardo di vita. I salari sono relativamente bassi (sui 1000 euro al mese), ma soprattutto le probabilita' di fare carriera o di passare ad un impiego piu' remunerativo sono prossime allo zero. E comunque per insegnare l'Inglese in Cina, parlare Cinese non serve.

Trasferirsi in Cina: davvero una buona idea?

Se anche fosse possibile trovare un impiego serio in Cina, la verita' e' che la Cina di oggi non rappresenta una meta di immigrazione particolarmente attraente. Molti amano fare paragoni tra la Cina di adesso e gli Stati Uniti di cento anni fa'. La Cina sarebbe la nuova superpotenza in ascesa, capace di guidare il mercato mondiale e di attirare le menti migliori. Questi paragoni appaiono abbastanza risibili a chi conosce davvero il paese.

Sarebbe un discorso molto lungo da portare a fondo, ma la Cina di oggi non e' per nulla paragonabile agli Stati Uniti del secolo scorso. Shanghai non e' la nuova New York. L'importanza e l'influenza della Cina sono dovute in buona parte alla sua enorme popolazione, per via del quale anche un livello abbastanza modesto di sviluppo economico porta i Cinesi ad avere un peso sproporzionato nel mondo.

Detto cio', la Cina di oggi non e' un paese all'avanguardia nella scienza, nella tecnologia o nell'innovazione (anche se sta' migliorando). Non e' un paese che esercita molta influenza nel campo culturale, visto che i film e la musica Cinesi al resto del mondo non interessano. E non e' neanche' un paese che offre una qualita' della vita particolarmente alta. Le principali citta' Cinesi sono delle giungle di cemento sporche, sovraffolate e dall'aria inquinatissima. Vivere in Cina non e' per tutti.

Naturalmente puo' darsi che in futuro tutto questo cambi. Per il momento pero', sono assai di piu' i Cinesi che se ne vogliono andare via dalla Cina, che non gli stranieri che ci vogliono entrare. Il mondo non e' certo pieno di gente che si sta' precipitando in Cina. Anche a Pechino o a Shanghai, gli stranieri non rappresentano piu' del 1% della popolazione totale. E l'idea, sbandierata da alcuni, che il Cinese possa diventare una sorta di nuova lingua franca globale appare solo un miraggio.

Se anche la Cina diventasse piu' attraente come meta di immigrazione, gli stranieri che ci vivono devono scontrarsi presto o tardi con il fatto che integrarsi nella societa' Cinese e' perlomeno ostico. Per la mentalita' Cinese, uno straniero e' e rimane uno straniero, e quindi uno che mangia, pensa e si comporta diversamente. Il concetto di un immigrato che rimane tutta la vita nel paese e si integra nella societa' e' ancora inesistente. Come anche negli altri paesi dell'Estremo Oriente del resto.

Gli stranieri che sanno parlare bene il Cinese e conoscono le minuzie della cultura locale rappresentano uno stereotipo riconoscibile per i Cinesi. C'e' persino una parola che li descrive, 中国通 (pronuncia: zhongguotong). Alla fine pero' queste persone sono considerati delle curiosita' da parte degli autoctoni, e nulla di piu'.

Anche la mentalita' delle autorita' Cinesi non aiuta. Per quanto i governanti Cinesi amano molto rimarcare quanto la Cina sia ospitale e generosa con gli "amici stranieri", la verita' e' che nel governo prevale ancora una mentalita' per certi versi xenofoba. Lo straniero e' visto con una certa diffidenza, come un potenziale elemento di disturbo, e comunque qualcuno che non ha a cuore gli interessi nazionali della Cina.

La presenza di stranieri che vivono e lavorano in Cina viene tollerata finche' serve allo sviluppo del paese, ma non e' amata. Ottenere la cittadinanza Cinese per uno straniero e' pressoche' impossibile (e francamente non molto desiderabile, anche perche' bisogna prima rinunciare alla propria cittadinanza originaria). Viene dato per scontato che i residenti stranieri intendano un giorno tornarsene da dove sono venuti.

I grattacieli di Shanghai

Detto tutto questo, non voglio certo dire che imparare il Cinese non serva proprio a nulla. Il Cinese Mandarino rimane la lingua con il numero di parlanti nativi piu' alta del pianeta (tre volte l'Inglese o lo Spagnolo). I Cinesi rispettano chi impara la loro lingua, vista anche da loro come molto difficile. Se l'influenza della Cina continuera' ad aumentare, sara' utile e necessario per gli altri paesi, incluso l'Italia, disporre di alcune persone che parlino il Cinese e siano capaci di confrontarsi con questo gigante sul suo piano culturale.

Ma soprattutto, lo studio di questa lingua puo' aprire le porte ad un mondo di bellezza e di antica saggezza, e rimane l'unico modo per capire bene questa cultura e questo paese. Se il vostro obiettivo nella vita e' di diventare piu' saggi, e non solo piu' ricchi, allora studiare il Cinese potrebbe non essere una cattiva idea. Personalmente non rimpiangero' mai il tempo che ho speso ad impararmi il Cinese, a prescindere dal ritorno materiale.

In sostanza, se volete studiare il Cinese perche' ne siete affascinati, vi consiglio vivamente di provarci. Se pero' lo volete studiare semplicemente per i vantaggi materiali che questo comporta nell'immediato, ve lo sconsiglio. Probabilmente rimarrete delusi.

Tuesday, June 2, 2015

Piazza Tiananmen e la memoria proibita: studenti Cinesi scrivono una lettera aperta

Ed anche quest'anno siamo arrivati all'anniversario di quel fatidico 4 giugno dell'89, il giorno in cui il governo Cinese perse la pazienza e mando l'esercito a sgombrare i manifestanti che riempivano le strade di Pechino, facendo alcune migliaia di morti.

Ogni anno, intorno a questa data, l'imponente apparato di censura e di "sicurezza interna" del governo Cinese va' in ebollizione. Nell'enorme piazza Tiananmen la quantita' di soldati e di agenti in borghese mischiati ai turisti provenienti da ogni angolo della Cina e' ancora piu' grande del solito, ed i controlli di sicurezza sui visitatori che entrano nella piazza ancora piu' minuziosi.

In tutti i punti nevralgici di Pechino, ed anche di altre citta' Cinesi, le misure di prevenzione contro gli assembramenti e le proteste sono particolarmente severe, nel caso che qualcuno tenti di commemorare l'accaduto. Nei siti internet e nei social network Cinesi, la censura di ogni termine di ricerca che potrebbe anche solo minimamente riportare a quell'evento innominabile e' ancora piu' capillare che nel resto dell'anno.

Uno spaccato di Piazza Tiananmen

Se c'e' un singolo evento storico che rimane ancora completamente tabu' nella Cina di oggi, sono proprio i fatti dell'89. Ancora oggi e' impossibile parlarne pubblicamente, e chi tenta di farlo rischia grosso. I libri di storia non ne' parlano, ed ogni menzione di quei fatti viene rimossa accuratamente dai libri e dai siti internet.

Questa censura e' stata cosi' cappilare, cosi' profonda, da aver funzionato benissimo: le giovani generazioni Cinesi sanno poco o nulla di quello che successe in quell'anno nel loro paese. Anche se molti ne hanno sentito vagamente parlare, solo pochissimi ne' hanno visto le immagini o sanno precisamente che cosa sia successo.  La famosa foto dell'uomo immobile d'avanti ad un carro armato, diventata un simbolo in tutto il mondo, in Cina rimane pressoche' sconosciuta.

Quelle poche volte che quegli eventi vengono menzionati dagli organi di informazione, sempre in modo eufemistico e vago, e' solo per propagandare la versione del governo: il partito ha fatto bene a sedare i disordini, perche' cosi' facendo ha potuto assicurare alla Cina decenni di stabilita' e di prosperita', senza dover perdere tempo con la democrazia Occidentale inadatta ai Cinesi.

Le fasce della popolazione Cinese che avrebbero i mezzi per aggirare la censura e conoscere la verita' storica, cioe' i giovani delle classi medio-alte, si dimostrano restie ad interessarsi di questi temi. Il cambiamento di mentalita' rispetto agli studenti dell'89 e' totale: innebriati dal nazionalismo e dalla crescita' economica, pochissimi giovani Cinesi di adesso si dimostrano propensi a riformare il sistema politico, o a dubitare della versione della storia altamente politicizzata inculcatagli dal sistema scolastico.

Quest'anno pero', alcuni giovani Cinesi che studiano all'estero hanno deciso di rompere il tabu'. 11 studenti Cinesi iscritti a varie universita' Americane, Britanniche ed Australiane hanno firmato una lettera aperta indirizzata soprattutto ai giovani connazionali rimasti in madrepatria, e l'hanno pubblicata online il 20 maggio. Nella lettera, i giovani asseriscono di essere venuti a conoscenza di cio' che e' successo veramente nell'89 soltanto dopo essersi trasferiti all'estero, e chiedono che il governo Cinese affronti finalmente l'argomento in modo aperto e trasparente.

Pur non usando un linguaggio eccessivamente sovversivo, il contenuto della lettera rimane comunque esplosivo nel contesto della Cina attuale. L'ultimo paragrafo recita: "abbiamo un sogno nel cuore, che nel futuro prossimo, tutti possano vivere in un mondo libero dalla paura, sulla base di una versione della storia accurata e dell' implementazione della giustizia. Come studenti Cinesi all'estero, questo e' il nostro sogno Cinese". L'ultima frase riporta allo slogan sul "sogno Cinese" popolarizzato dall'attuale presidente Xi Jinping.

Un quotidiano Cinese aggressivamente nazionalista, conosciuto in Inglese come "the Global Times", ha subito pubblicato un surreale editoriale di condanna della lettera. Nell'editoriale, si afferma che gli undici studenti in questione avrebbero subito il lavaggio del cervello vivendo all'estero. Il loro sarebbe solo un bieco tentativo di "rivangare la storia" per "dividere la societa' Cinese", manovrato dalle solite "forze straniere ostili". Inoltre si afferma che la suddetta societa' Cinese avrebbe gia' "raggiunto un consenso collettivo" riguardo al fatto che sia preferibile non parlare di cio' che successe all'epoca.

L'editoriale ha avuto l'effetto opposto a quello desiderato, attirando l'attenzione dei Cinesi sulla lettera aperta degli studenti, che nella giornata successiva ha collezionato centinaia di firme da parte di giovani residenti in Cina. Nonostante il fatto che la lettera, pubblicata su google docs, non sia accessibile dalla Cina, molti giovani Cinesi sanno benissimo come aggirare la censura governativa ed accedere a siti proibiti, come gia' spiegato su questo blog.

Dopo qualche giorno il governo Cinese, resosi conto di aver solo peggiorato le cose, ha ordinato al Global Times di togliere l'editoriale dal proprio sito, ed a tutti gli altri siti internet di cancellarlo. Mentre la versione Cinese e' ormai introvabile, rimane visibile la versione in Inglese.

Resta il fatto che gli undici giovani autori di questa lettera aperta sono sicuramente dei ragazzi coraggiosi, che con ogni probabilita' non potranno tornare a visitare la patria per un bel pezzo. Se lo facessero adesso, potrebbero benissimo essere importunati dalle autorita' e persino finire in galera. Uno di loro, uno studente di chimica negli USA, ha gia' rilasciato un'intervista, in cui afferma di essere preoccupato riguardo a cosa potrebbe succedere se tornasse in Cina, ma che "non puoi permettere alla paura di decidere per te".

Una divertente immagine dalla puntata dei Simpsons in cui la famiglia di Springfield si reca in Cina. La targa recita: "Piazza Tiananmen: in questo luogo, nel 1989, non accadde nulla". Peccato pero' che Tian si scriva con la A.

Monday, May 25, 2015

Le tensioni USA-Cina nel Mar Cinese Meridionale

Qualche giorno fa' si e' verificato un nuovo, preoccupante sviluppo nella saga della disputa territoriale potenzialmente piu' pericolosa al mondo: quella che contrappone la Cina agli Stati Uniti nel Mar Cinese Meridionale.

Giovedi' scorso un aereo-spia Americano, in missione per filmare le isole artificiali che la Cina sta' costruendo nell'arcipelago conteso delle Spratly, e' stata invitata otto volte dalla marina Cinese ad andarsene dal "loro territorio". Mentre l'aereo si avvicinava alla zona contesa, una voce si e' fatta sentire alla radio, ed ha pregato gli Americani di andarsene "per evitare incomprensioni".

I piloti Americani hanno risposto di trovarsi in acque internazionali, e si sono rifiutati di cambiare rotta. Dopo che otto avvertimenti simili sono stati ignorati, l'operatore radio Cinese ormai esasperato li ha avvertiti in un inglese maccheronico: "this is the Chinese navy....you go!"  Alla fine l'aereo Americano ha completato la sua missione senza problemi.

Incredibilmente, la disputa nei Mari del Sud viene quasi del tutto ignorata dai media e dalle opinoni pubbliche Italiane ed Europee. Grazie al provincialismo ed alla superficialita' dei nostri media, la stragrande maggioranza delle persone non hanno neanche' mai sentito parlare di questa questione. Si continua a volgere lo sguardo soprattutto al Medio Oriente, ignorando completamente questa minaccia potenzialmente ancora piu' grande per la pace e la stabilita' mondiali.

Certo, per il momento la situazione nel Mar Cinese Meridionale rimane tesa ma non drammatica. Detto cio', se c'e' una disputa che potrebbe portare ad un scontro frontale tra le due principali superpotenze al mondo, probabilmente e' proprio questa.

Il retroscena

Sul Mar Cinese Meridionale si affacciano la Cina, Taiwan (che la Cina considera ovviamente una sua provincia), le Filippine, la Malesia, il Brunei, l'Indonesia, Singapore, la Tailandia, la Cambogia ed il Vietnam. In totale, questi paesi rappresentano quasi due miliardi di persone, o quasi un terzo dell'umanita'.

Nei fondali di questo mare si trovano giacimenti di petrolio e di gas naturale. Ma quello che lo rende ancora piu' importante sono le rotte marittime che lo attraversano. Collegando l'Oceano Indiano con il Pacifico, queste rotte sono vitali per i paesi dell'Estremo Oriente. Buona parte delle importazioni energetiche che arrivano in Cina, in Corea, in Giappone ed a Taiwan passano per queste rotte. E' quindi poco sorprendente che il suo controllo faccia gola a molti.

Attualmente la Cina rivendica la sovranita' territoriale praticamente dell'intero Mar Cinese Meridionale. Le rivendicazioni Cinesi sono espresse dalla famosa "linea a nove tratti", visibile su tutte le mappe prodotte in Cina. Questa riga, che contiene appunto nove tratti, si estende praticamente fino alle coste del Vietnam, della Malesia e delle Filippine, rivendicando tutto cio' che si trova al suo interno come territorio Cinese.

La "linea a nove tratti" fu' resa pubblica per la prima volta nel 1947, quando in Cina governava ancora il Guomindang. Quando prese il potere, il Partito Comunista fece sua questa rivendicazione, che anche il governo di Taiwan continua ufficialmente a considerare valida. Non e' poi chiaro se i Cinesi considerino proprie tutte le acque all'interno della linea, o soltanto tutte le isole al suo interno e le acque adiacenti (che sarebbe gia' molto).

Una mappa del Mar Cinese Meridionale, con la "linea a nove tratti" che simboleggia le rivendicazioni Cinesi segnata in rosso, ed i nomi dei due arcipelaghi contesi.

Come ci si puo' immaginare, le rivendicazioni Cinesi suscitano pochissima simpatia negli altri paesi della regione. Soprattutto le Filippine ed il Vietnam sono da anni in rotta di collisione con la Cina riguardo a questo problema. La disputa si e' focalizzata soprattutto su due arcipelaghi di isolotti disabitati, le isole Paracel e le isole Spratley.

Le isole Paracel sono piu' o meno equidistanti dal Vietnam e dalla Cina. Entrambi i paesi dichiarano di averle amministrate da secoli e di avere un chiaro diritto storico su di loro. Mentre una parte dell'arcipelago passo' all'amministrazione Cinese gia' negli anni cinquanta, un altra parte fu' conquistata dalla Cina dopo una dura battaglia contro le forze navali Sud Vietnamite nel 1974, e da allora sono in mano Cinese.

Le isole Spratly rappresentato adesso il vero osso della contesa. Esse si trovano molto piu' a Sud, e sono assai piu' vicine alle coste Vietnamite e Filippine che non a quelle Cinesi. L'arcipelago e' rivendicato da sei entita' statali: la Cina, Taiwan, il Vietnam, le Filippine, la Malesia ed il Borneo. Tutti questi paesi eccetto il Borneo controllano nella pratica almeno una delle isole in questione.

La Cina afferma di aver scoperto le isole Spratly oltre duemila anni fa', e che esse vengono chiaramente dimarcate come terre Cinesi in certe vecchie mappe.  Il Vietnam afferma di averne preso possesso nel diciasettesimo secolo, e che prima fossero terra nullius. Le pretese degli altri paesi sono basate semplicemente sulla vicinanza geografica e sul diritto internazionale.

Oltre all'importanza strategica di queste isole, quello che fa' gola sono probabilmente le riserve petrolifere contenute nel sottosuolo del arcipelago, finora inutilizzate. Anche in questo caso non sono mancate le dispute armate: nel 1988 uno scontro tra i Cinesi ed i Vietnamiti si risolse con una settantina di vittime tra i Vietnamiti. Nel 2012 la marina Filippina e quella Cinese si sono fronteggiate nella zona contesa, per fortuna senza vittime.

Il Vietnam e la Cina: vicini scomodi

La contesa territoriale nel Mare del Sud ha decisamente peggiorato l'immagine della Cina tra i suoi vicini, sopratutto nel Sud-Est Asiatico. Il paese di gran lunga piu' agguerrito nel contrastare le pretese Cinesi e' sempre stato il Vietnam. Nonostante sia anche esso governato da un partito Comunista ed abbia un sistema politico ed economico molto simile, il Vietnam non vede affatto con simpatia la Cina. I motivi sono soprattutto storici.

I Vietnamiti sono un popolo fiero che ha una lunga tradizione di resistenza contro gli invasori. Molti sanno che il Vietnam ha combattuto una lunga guerra prima contro la Francia e poi contro gli USA per assicurarsi l'indipendenza. Pochi invece sanno che prima dell'arrivo dei Francesi, i Vietnamiti hanno lottato per secoli contro la dominazione Cinese, e questa lotta ha avuto un ruolo chiave nella formazione della loro identita' . Per giunta ci fu' un'altra breve guerra di confine nel 1979, in cui l'esercito Cinese realizzo' una incursione in Vietnam per punire la sua invasione della Cambogia.

Per questi motivi, la Cina e' tutt'oggi vista con grande ostilita' e sospetto dalla popolazione del Vietnam. Ho avuto modo di rendermene conto personalmente durante i miei soggiorni in Vietnam, quando al solo menzionare il fatto che vivevo in Cina venivo guardato di traverso. Ritengo probabile che il regime al potere incoraggi questo odio contro la Cina, in modo tale da sviare la frustrazione popolare contro un nemico esterno, esattamente come fa' il governo Cinese con il Giappone.

L'ostilita' diffusa verso la Cina e' venuta a galla nel Maggio 2014, quando i Cinesi hanno istituito una piattaforma petrolifera vicino alle isole contese. In tutto il Vietnam sono scoppiate proteste e disordini, e diverse fabbriche di proprieta' Cinese (o Taiwanese) sono state saccheggiate da folle inferocite. Una manciata di Cinesi sono rimasti purtroppo uccisi. Anche fabbriche Coreane e Giapponesi sono state attaccate dalle folle, convinte che fossero Cinesi.

I media Cinesi hanno cercato di non parlare di questi eventi, forse per evitare che ci fossero contro-proteste e richieste di una risposta militare da parte della popolazione Cinese.

Il ruolo degli USA

E' evidente che a lungo andare il Vietnam, le Filippine e gli altri paesi limitrofi non hanno grandi speranze di poter opporsi da soli alla Cina, un paese sempre piu' sicuro del suo ruolo di grande potenza. Il vero contrappeso alle ambizioni Cinesi viene rappresentato naturalmente dagli USA, come ci ricorda l'incidente della settimana scorsa. 

Gli Stati Uniti hanno messo bene in chiaro di non guardare con simpatia ai tentativi Cinesi di estendere il loro controllo nel Mar Cinese Meridionale, e di volere che rimangano acque internazionali. La marina Americana ha gia' condotto esercitazioni congiunte con le Filippine ed il Vietnam. E' indicativo che persino il Vietnam, reduce dalla sua sanguinosa guerra di liberazione, veda ormai con simpatia il ruolo degli USA come contraltare della Cina.

E' ormai chiaro a tutti che gli Americani, con il loro esercito che rimane il piu' forte al mondo, continuano a contenere le ambizioni territoriali Cinesi. E lo fanno non solo a Sud, ma anche ad Est, dove la Cina punta ad incorporare le Isole Diaoyu, attualmente controllate dal Giappone, ed alla lunga anche la "provincia ribelle" di Taiwan. Da anni gli aerei e le navi delle due potenze si fronteggiano in questi mari, in un gioco molto delicato e dalle ricadute molto serie.

Portaerei Americana

E' gia' successo nel 2001 che un aereo militare Americano si sia scontrato in volo con un jet dell'aviazione Cinese nei pressi delle isole Paracel. L'aereo stava sorvolando quello che l'ONU riconosce come la "Zona Economica Esclusiva" Cinese (il che non significa che siano acque territoriali Cinesi, e non vieta ad altri paesi di sorvolarle, anche se la Cina sostiene che la legge internazionale vieti le manovre belliche). Un pilota Cinese mori' e l'equipaggio Americano fu' arrestato dai Cinesi, che li rilasciarono dopo una ambigua dichiarazione di scuse da parte degli USA.

Anche se si presume che nessuna delle due parti voglia arrivare ad una guerra vera e propria, c'e' sempre il rischio che un evento incidentale di questo tipo porti ad una escalation che nessuno sara' piu' in grado di contenere. Nel frattempo, le tensioni nel Mare del Sud stanno decisamente incoraggiando la corsa al riarmo che si sta' verificando da anni in tutta la regione. Non solo la Cina, ma anche il Vietnam, le Filippine e gli altri contendenti stanno spendendo somme ingenti per modernizzare ed ampliare le proprie marine ed i propri eserciti.

La disputa nel Mare del Sud ci ricorda che, crollata ogni pretesa "comunista", il nazionalismo vecchio-stampo rimane l'unico vero propellente ideologico che smuove i governi ed i popoli dell'Asia, a cominciare dalla Cina.

A volte l'Asia di oggi puo' sembrare stranamente simile all'Europa di un secolo fa', alla vigilia della prima guerra mondiale: c'e' un nugolo di potenze che si trascinano dietro varie dispute irrisolte. Ci sono delle popolazioni fortemente nazionaliste ed irridentiste. E c'e' una potenza emergente, la Cina, che vuole sfidare l'ordine costituito per conquistare il ruolo di potenza regionale che sente sua, mentre gli Stati Uniti hanno interesse a contenere questa sfida. Possiamo solo sperare che questi paragoni siano fuori luogo, e che qualsiasi ostilita' rimanga limitata alle acque del mare e ad alcuni scogli disabitati.

Monday, May 11, 2015

La censura di internet in Cina: mito e realta'





Il modo in cui il governo Cinese censura l'uso di internet ha spesso destato curiosita' e scalpore nel resto del mondo. Molti turisti stranieri, all'arrivo in Cina, si stupiscono di non riuscire piu' a connettersi a siti come Facebook o Youtube, e questo fatto sicuramente non migliora l'idea che il visitatore occasionale si fa' del paese.

Dietro a questa politica di censura si nasconde un paradosso forse meno ben compreso: quello di un enorme paese ormai entrato a pieno titolo nell'era digitale, dove centinaia di milioni di persone vanno in rete ogni giorno proprio come si fa' nel resto del mondo avanzato, ma che navigano in una specie di "internet parallelo", usando siti e software che svolgono le stesse funzioni dei nostri Google, Facebook, Ebay e Skype, ma che hanno nomi meno familiari: Baidu, Weibo, Taobao, Tencent QQ.

Come funziona la censura

Il governo Cinese blocca attualmente l'accesso in tutta la Cina ad alcuni dei piu' importanti siti mondiali, incluso Google, Facebook, Youtube e Twitter. Anche se parecchi altri paesi autoritari hanno bloccato e bloccano siti giudicati sgraditi, non esiste nessun altro paese dell'importanza e del livello di sviluppo della Cina che censuri in maniera cosi' pervasiva e capillare la rete globale.

Negli ultimi tempi questa censura, lungi dall'affievolirsi, si e' anzi accuita. Facebook, Youtube e Twitter sono inaccessibili in Cina gia' da parecchi anni, insieme a blog provider come Blogspot e Wordpress, ed a siti giudicati "anti-Cinesi" (ad esempio quello di Amnesty International). L'anno scorso pero' e' toccato addirritura a Google (ed a tutti i siti, come Gmail, che dipendono da Google) subire il blocco totale in tutta la Cina (ovviamente escluse Hong Kong e Macau, che come regioni a statuto speciale non devono subire queste restrizioni).

Dopo essersi attirata per anni un sacco di critiche per la sua disponibilita' ad autocensurarsi in modo tale da poter operare in Cina, Google aveva deciso di smettere di cooperare con il governo Cinese nel 2010, ed aveva sgomberato la sua sede di Pechino. In conseguenza il domain google.cn era stato chiuso. Era rimasto pero' possibile accedere dalla Cina agli altri domain del motore di ricerca, come ad esempio google.com. L'anno scorso pero' tutti i domain legati a Google sono stati bloccati, rendendo impossibile alla grande massa dei Cinesi l'uso del motore di ricerca piu' popolare al mondo.

Diversi media internazionali sono rimasti anche loro impigliati nelle maglie della censura Cinese. Per esempio nel 2012 il sito del New York Times fu' bloccato in seguito alla pubblicazione di un reportage sulle ricchezze accumulate dal primo ministro Cinese Wen Jiabao e dalla sua famiglia. In seguito a questo avvenimento il quotidiano Americano e' diventato sempre piu' critico nei confronti della Cina, il che fa' pressupporre che il suo sito non verra' sbloccato di qui a poco.

Come la censura viene aggirata

Aggirare la censura del governo non e' pero' mai stato impossibile per chi vive in Cina. E' sufficiente scaricare un software VPN per poter navigare liberamente su internet. Grazie ad un VPN ci si puo' collegare ad una rete privata in un paese terzo, in genere gli Stati Uniti, ed accedere a qualsiasi sito sia accessibile in quel paese. Per chi ha un'po' di abilita' e di tempo, trovare una maniera di acceddere ai siti bloccati e' quindi una cosa abbastanza semplice, e scaricare un VPN non costa molto o in alcuni casi non costa nulla.

Anche se qualche volta il governo tenta di bloccare i siti da cui si scaricano i VPN piu' popolari, in generale l'utilizzo di questa scappatoia viene tollerato dalle autorita'. Nella pratica, nessun privato e' ancora finito nei guai per aver aggirato la grande muraglia della censura. Quasi tutti gli stranieri che vivono in Cina (me incluso) navigano tranquillamente su facebook e tutti gli altri siti proibiti con un VPN, e ci sono non pochi Cinesi che fanno esattamente la stessa cosa.

Siccome in un paese come la Cina il governo non e' tenuto a spiegare le sue scelte, si puo' soltanto provare a supporre quali logiche ci siano dietro alle loro politiche. Io presumerei che il governo abbia fatto una scelta cosciente di lasciare ai piu' determinati una maniera di aggirare la censura, anche perche' in caso contrario si creerebbero dei veri problemi per il commercio e per le aziende multinazionali che operano nel paese.

Detto questo, rimane il fatto che la stragrande maggioranza dei Cinesi che navigano la rete non hanno la capacita' o piu' probabilmente l'interesse di trovare un modo per visitare i siti bloccati, e devono limitarsi a quelle parti di internet a cui il loro governo gli consente l'accesso.

La rete cinese

La Cina non e' affatto una societa' tecnologicamente arretrata. Secondo le ultime stime ci sono circa 650 milioni di Cinesi che navigano su internet, quasi la meta' della popolazione. Nella Cina urbana (anche se forse non in quella rurale), internet e' diventata una parte della vita proprio come in Europa o in Giappone. Anzi forse di piu', vista l'incredibile popolarita' dello shopping online.

Il fatto e' pero' che la stragrande maggioranza degli utenti Cinesi si limitano a utilizzare siti Cinesi. Anche prima che Facebook, Youtube e Google venissero bloccati in Cina, non riuscivano certo a competere per popolarita' con i loro equivalenti locali, che si chiamano Weibo, Youku e Baidu. Si tratta di siti tra i piu' grandi al mondo, usati quotidianamente da centinaia di milioni di persone, che pero' non sono assolutamente conosciuti al pubblico Occidentale.

Questi siti sono interamente in lingua Cinese, e sono fatti apposta per rispondere alle esigenze di un pubblico Cinese. Ovviamente pero' sono anche pesantemente censurati. Baidu, il principale motore di ricerca Cinese, censura accuratamente qualsiasi sito non piaccia al governo. Quando si tenta di cercare un termine "scottante", come ad esempio qualcosa di relativo ai "disordini" dell'89, viene dispiegata una frase che dice piu' o meno quanto segue: "in accordo con le leggi e le politiche in vigore, non possiamo farvi vedere alcuni dei risultati della vostra ricerca". I risultati visibili riportano solo a siti che ripetono la propaganda governativa.


Un immagine di Youku, il gemello Cinese di Youtube.

Lo stesso succede su Weibo, una specie di Facebook/Twitter Cinese, che ad onor del vero non ha nulla da invidiare ai social network internazionali in termini di grafica e facilita' di utilizzo. Il problema pero' e' che il sito spesso rimuove i post che parlano di argomenti sensibili o che criticano troppo aspramente il sistema politico. Da qualche anno bisogna fornire il numero di un documento per crearsi un account, e chi tenta di diffondere punti di vista apertamente anti-governativi rischia che i servizi di sicurezza lo chiamino per andare a "prendersi un te'" nei loro uffici (eufemismo per dire un interrogatorio).

Cio' non significa che su Weibo ed altri siti Cinesi manchi il dibattito, anzi. Moltissimi post che discutono di questioni di attualita' e dei problemi della Cina non vengono censurati, e nei forum nascono dibbattiti accaniti (e a volte non  molto civili). Io stesso ho un conto su Weibo, ed ho piu' volte dibattuto di temi di attualita' in Cinese con altri utenti. Una volta ho cercato persino di convincere un ragazzo Cinese che la pena di morte non risolve nulla (non credo di esserci riuscito comunque).

Il punto pero' e' che quando si superano certi limiti (ad esempio se si tenta di invocare l'indipendenza del Tibet o dello Xinjiang, o se si denuncia apertamente il sistema del partito unico), si corrono dei rischi reali. In piu', e' un dato di fatto comprovato che le autorita' Cinesi a vari livelli paghino schiere di persone per accedere ai forum ed alle discussioni online e lasciare commenti pro-governativi, fingendo di essere dei normali utenti. Queste persone vengono scherzosamente chiamati i “wumaodang", che tradotto vuol dire piu' o meno "il partito dei cinque centesimi", perche' verrebbero pagati cinque centesimi (o mezzo Yuan) per ogni commento che lasciano.

Da qualche anno la popolarita' di Weibo come social network e' scemata in favore di Wechat, un applicazione Cinese di messaging per cellulari. Wechat (o Weixin in Cinese) ha le stesse funzioni del piu' noto Whatsapp, ma e' francamente un prodotto superiore, con piu' funzioni e piu' manegevole. E' ormai evidente che le aziende Cinesi sono diventate anche parecchio capaci nel progettare questo genere di prodotti.

In Cina Wechat e' usatissimo, ma adesso si sta' diffondendo anche nel resto dell'Asia e persino in Europa. Sara' interessante vedere cosa succedera' alla lunga, e se la censura Cinese comincera' a causare problemi anche ad utenti stranieri.

Il futuro

Fondamentalmente, il governo Cinese e' riuscito con grande abilita' ad inglobare anche internet nelle sue logiche, trasportando la Cina nell'era digitale senza che le fondamenta del sistema venissero anche solo scalfite. Volendo che la Cina si modernizzasse, il Partito ha optato per favorire la creazione di un "internet Cinese", e fa' del suo meglio per bloccare l'accesso a quei siti stranieri che diffondono notizie e punti di vista che si preferirebbero tacitare.

Il sistema funziona anche per via della grandezza e della relativa insularita' della Cina: la maggioranza dei Cinesi parla solo Cinese, trova naturale usare solo siti Cinesi, e non si preoccupa troppo del fatto di non poter accedere ai siti piu' importanti del mondo, o non ne e' nemmeno cosciente. Le fasce di popolazione piu' aperte e cosmopolite possono sempre trovare un sistema per aggirare la censura, e con un compromesso tipicamente Cinese il tutto resta in piedi.

Nel futuro a breve termine, non sembrerebbero esserci delle grandi speranze di cambiamento in questo campo. Da quando la nuova amministrazione guidata da Xi Jinping e' salita al potere nel 2012 la repressione del dissenso si e' accuita, e nel clima attuale appare assai improbabile che la censura di internet possa essere allentata.

Anzi, sembrerebbe che anche la tolleranza nei confronti dell'uso privato dei VPN stia venendo meno. Nel gennaio di quest'anno il governo ha improvvisamente neutralizzato i network usati da tre dei servizi VPN piu' popolari, con un attacco cibernetico estremamente sofisticato. Molti altri VPN (incluso quello che sto' usando in questo momento per accedere a questo blog) rimangono in funzione, ma quanto a lungo durera' nessuno lo puo' dire.

Tuesday, April 28, 2015

La questione del Tibet: mito e realta'

La "questione Tibetana" e' un altro dei temi riguardanti la Cina che hanno fortemente scosso l'opinione pubblica Occidentale, e quella Italiana nello specifico.

Se tutto cio' che riguarda la Cina tende a diventare una fucina di miti, mezze verita' e luoghi comuni, credo che questo meccanismo raggiunga la sua apoteosi nel caso del Tibet. I motivi sono facilmente comprensibili: il Tibet e' un altopiano immenso e remoto, uno dei territori piu' inaccessibili del pianeta, e quindi possiede da sempre un alone di mistero e di misticismo per chi non ci vive. La cultura dei suoi (pochi) abitanti, da sempre piu' protesi verso l'aldila' che verso la loro piuttosto dura esistenza terrena, e' effettivamente inusuale ed affascinante.

In Occidente il Tibet viene spesso romanticizzato come una specie di paradiso pre-industriale, che preserva una antica spiritualita' Buddista basata sulla non-violenza. Film come "Sette Anni in Tibet" hanno popolarizzato questa visione, e diverse stelle dello spettacolo la hanno gia' fatta loro. Ad esempio Richard Gere, dopo un pellegrinaggio in India per incontrare il Dalai Lama, ebbe modo di affermare riguardo al Tibet: "Direi che l'Occidente e' molto giovane e corrotto. Non siamo molto saggi. E credo che siamo speranzosi che ci sia un posto antico e saggio e aperto e pieno di luce." Peccato pero' che la civilta' Occidentale non sia affatto giovane, anzi se prendiamo l'antica Grecia come suo inizio, l'Occidente e' ben piu' antico della cultura Tibetana e dello stesso Buddismo.

Il Dalai Lama e' stato molto abile nel fare leva su questa immagine mitizzata del Tibet in modo tale da attirare simpatia per la sua causa. Per via del fascino esercitato dal Buddismo Tibetano e dalla figura telegenica del Dalai Lama, la questione Tibetana attira assai piu’ interesse tra gli Occidentali che la situazione nello Xinjiang, l’altra regione Cinese dove serpeggia il separatismo. Eppure si tratta di situazioni di gravita' comparabile, anzi il separatismo nello Xinjiang rappresenta forse una preoccupazione maggiore per lo stato Cinese, siccome questa regione e' molto piu' popolosa ed economicamente avanzata del Tibet, e i movimenti Uiguri piu' estremi hanno gia' compiuto diversi attentati in tutta la Cina.

E’ un peccato pero’ che questa mitizzazzione del Tibet sia il frutto soprattutto dell'ignoranza di cosa sia veramente questa terra, come luogo reale abitato da persone in carne ed ossa. Allo stesso tempo la politica del governo Cinese, che nega il libero accesso al Tibet agli stranieri, non aiuta a diffondere una visione informata ed obiettiva di cosa vi succede. La cosa interessante e' che gli stessi Cinesi, per quanto insistano che il Tibet sia da secoli parte integrante del loro paese, vedono anche loro questa terra come un posto misterioso ed affascinante se non inquietante.  

 
Una immagine di alcuni nomadi Tibetani


Il punto di vista Cinese

Il punto di vista dei Cinesi sul Tibet non e’ molto ben conosciuto e compreso tra gli Occidentali, e credo che sia importante sopperire a questa mancanza. Non perche’ le posizioni Cinesi siano necessariamente condivisibili e da rispettare, ma semplicemente perche’ non si puo’ avere una visione complessiva del problema senza capire il punto di vista di entrambi i fianchi.

La versione della storia del governo Cinese, che tutti i Cinesi imparano a scuola, e' questa: il Tibet ha fatto parte del territorio Cinese fin dai tempi della Dinastia Yuan, nel medioevo. E' stata separata artificiosamente dalla Cina soltanto dall'aggressione delle potenze straniere, ma non appena il Partito Comunista ha riunificato il paese e cacciato gli stranieri, il Tibet e' giustamente tornato all'abbraccio della madrepatria.

L'altro fulcro della posizione Cinese e' imperniata sui vantaggi che i Tibetani avrebbero derivato dall'essere governati dal Partito Comunista. Le autorità Cinesi amano molto rimarcare quanto fossero terribili le condizioni di vita nel Tibet prima della sua "liberazione" da parte dei comunisti, e quanto il sistema guidato dai Dalai Lama fosse feudale e teocratico. Secondo la loro versione i contadini ed i nomadi Tibetani, oppressi dalla casta dei monaci e dai proprietari terrieri, esultarono per la venuta dei comunisti, che li liberarono dalla schiavitù e dallo sfruttamento secolari.

La rivolta del 1959 (vedere sotto) viene presentata come un tentativo della vecchia aristocrazia di riprendersi i propri privilegi, ed il Dalai Lama deriso come un despota che vuole riportare indietro il Tibet ad un medioevo teocratico. Ancora oggi, gli articoli sul Tibet nelle publicazioni Cinesi dirette agli stranieri riportano le inevitabili interviste con ex-schiavi liberati dopo la venuta dei comunisti, che ricordano quanto fosse terribile la vita nel "vecchio Tibet", e quanto adesso siano tutti felici. Non mancano mai anche le descrizioni delle terribili torture a cui venivano sottoposti gli schiavi che fuggivano dai monasteri.

Il governo Cinese sottolinea spesso di aver apportato aereoporti, ferrovie, ospedali ed infrastrutture moderne in Tibet, sbandierandoli come prova del fatto che questa terra ha soltanto guadagnato dalla sua inclusione nella Cina Popolare. I disordini e le sommosse sono descritte sempre come l'opera di pochi facinorosi incitati dalla "cricca" del Dalai Lama.

La stragrande maggioranza dei cittadini Cinesi sostiene la posizione del proprio governo sul Tibet. Il sistema scolastico ed i media Cinesi instillano l'idea che "l'unita' della Cina" sia un valore irrinunciabile, e che le spinte separatiste siano il frutto dell'intromissione di potenze straniere che vogliono dividere ed indebolire la Cina, come hanno "sempre" fatto in passato. Quasi tutti i Cinesi di etnia Han (quella maggioritaria) accettano questa visione delle cose.

Il fatto che la lingua e la cultura Tibetana siano cosi diverse dalla loro non serve affatto a far sorgere dubbi tra i Cinesi riguardo al fatto che il Tibet faccia parte della Cina. Secondo quello che i Cinesi imparano a scuola, la Cina e’ un paese multietnico composto da 56 etnie, ognuna con una propria lingua e cultura, e quindi al Cinese medio non appare affatto strano che una popolazione cosi’ diversa faccia comunque parte del suo paese.

Inoltre i Cinesi Han sono generalmente convinti che i Tibetani e gli appartenenti ad altre minoranze godano per legge di una posizione privilegiata rispetto agli altri Cinesi. E' vero effettivamente che tutte le minoranze Cinesi, incluso i Tibetani, godono di una serie di vantaggi: non devono sottostare alla politica del figlio unico, e certi posti nelle universita' e negli uffici governativi sono riservati alle minoranze.

La storia

L'altopiano Tibetano, anche detto "il tetto del mondo", e' un territorio enorme. L'intero altopiano ha un estensione paragonabile all'Europa Occidentale. Ciononstante, per via delle impervie condizioni climatiche, i Tibetani sono sempre stati pochi. Ancora oggi il numero totale di Tibetani in Cina non supera' i 7,5 milioni, in un paese di 1,4 miliardi di abitanti. L'altopiano Tibetano e' una terra arida ed inospitale, in cui si gela buona parte dell'anno e si vive ad altitudini dove gli esseri umani soffrono per la mancanza di ossigeno.

Secondo i libri di storia Cinesi, il Tibet e' dal medioevo una parte indivisibile della nazione Cinese. Secondo cio' che sostongono i fautori dell'indipendenza, il Tibet e' invece una nazione autonoma che e' stata invasa solo di recente dalla Cina. Come sempre, la realta' e' leggermente piu' complicata di come la presentano entrambi le parti.

A mio avviso, storicamente e' sensato vedere il Tibet come una nazione a se' stante. Si tratta di un territorio geograficamente separato dalla Cina vera e propria, con una cultura ed una lingua completamente diverse. Per la maggior parte della loro storia i Tibetani non hanno fatto parte dell'impero Cinese, e l'ideologia Confuciana non ha mai fatto presa in Tibet, la cui cultura e' invece incentrata sul Buddismo. Detto cio', ci sono anche regioni di confine in cui i Tibetani, i Cinesi Han ed altre etnie convivono da secoli.

E' interessante notare che i "pacifici" Tibetani irrompono nella storia dell'Asia nel settimo secolo come i conquistatori di un enorme impero Tibetano che andava dal Golfo del Bengala fino all'Asia Centrale, e duro' due secoli. Oggi sembra incredibile, ma nel 763 le forze Tibetane arrivarono persino ad espugnare la Capitale Cinese di Chang'An (la moderna Xian), restandoci quindici giorni ed installando un nuovo imperatore di loro piacimento.

Prima dell'epoca moderna, il Tibet vero e proprio ha fatto parte dell'impero Cinese durante due periodi: nel 1236-1354, sotto la dinastia Yuan, che pero' corrisponde al impero Mongolo, e sopratutto nel 1720-1911, sotto la dinastia Qing. I Cinesi asseriscono che anche durante la dinastia Ming (1368-1644) il Tibet appartenesse alla Cina, ma in genere gli studiosi neutrali ritengono che cio' non sia vero.

L’istituzione della figura del Dalai Lama risale al quattordicesimo secolo, ma il Dalai Lama divento’ la piu’ alta autorita’ sia spirituale che politica del Tibet solo nel diciasettesimo secolo. Il Dalai Lama e’ la figura cardine della scuola del Gelug, una delle scuole del Buddismo Tibetano. I Gelug conquistarono la supremazia in Tibet sotto il quinto Dalai Lama (1617-1682), grazie sopratutto all’appoggio dei Mongoli. Il titolo di Dalai Lama deriva dalla parola Mongola “Dalai” (oceano), e dalla parola Tibetana “Lama”, che significa maestro o guru.

Bisogna dire che anche sotto i Qing la dominazione Cinese del Tibet appariva spesso piu' teorica che reale, e la maggioranza dei Tibetani entrarono comunque poco in contatto con la cultura Cinese. Il Dalai Lama rimaneva in genere il vero capo supremo del Tibet, ma doveva porgere i suoi tributi all'imperatore di Pechino. Oggi c'e' molto dibattito su quale fosse lo status effettivo del Tibet all'epoca. Persino il fatto che il Dalai Lama si limitasse ad inchinarsi al cospetto dell’imperatore Cinese, piuttosto che eseguire il “kowtow”, e’ stato additato da alcuni come prova che il Tibet fosse uno stato vassallo piuttosto che una vera parte della Cina.


Il palazzo di Potala a Lhasa, ex-residenza del Dalai Lama e simbolo del Tibet

Dopo che l'irruzione delle navi, dei cannoni e dell'oppio degli Europei destabilizzo' la Cina nell'ottocento, il Tibet fini' nelle mire dei Britannici e dei Russi. I Britannici mandarono anche una spedizione armata a Lhasa nel 1904, e riuscirono ad estorcere una promessa dai Cinesi che il Tibet non avrebbe avuto relazioni con altre nazioni sovrane, ed un ingente riparazione di milioni di rupie da parte delle autorita' Tibetane.

I Tibetani approfittarono della rivoluzione repubblicana in Cina nel 1911 per cacciare i Cinesi ed assicurarsi l'indipendenza di fatto. Per i prossimi decenni, mentre la Cina era in preda alle guerre tra i signorotti locali, contro i Giapponesi e tra i Nazionalisti e i Comunisti, il Tibet rimase quasi completamente isolato dal mondo esterno. Nel 1950 il partito comunista, dopo aver preso il potere in Cina, mando' l'esercito in Tibet per "liberare" il territorio e ristabilire la sovranità Cinese.

Per i primi anni, il regime di Mao Zedong si comporto' in maniera prudente e moderata nei confronti del Tibet. Come avevano fatto gli imperatori Qing, anche il nuovo governo permise al quattordicesimo Dalai Lama (allora ragazzino) di rimanere in carica, e permise ai Tibetani di mantenere buona parte del loro sistema sociale intatto. Questo pero' si verifico' solo nella parte dell'altopiano designata come "regione autonoma Tibetana". Molte altre zone in cui storicamente vivevano i Tibetani furono incorporate nelle province di Qinghai e del Sichuan, ed in queste zone il governo mise in atto le sue radicali riforme e le ridistribuzioni della terra con la stessa violenza utilizzata nel resto della Cina.

La violenza con cui venne attaccato un sistema sociale millenario provoco' diverse ribellioni tra i Tibetani, che ricevettero un certo appoggio anche dalla CIA (cosa che al giorno d'oggi i Cinesi amano rimarcare). Nel 1959 una voce che voleva i Cinesi sul punto di rapire il Dalai Lama diedero il via ad un insurrezione generale a Lhasa (la citta' piu' grande) e nei dintorni. La rivolta fu' spezzata dall'esercito, il Dalai Lama scappo' in India a 24 anni insieme a buona parte dell'aristocrazia per non fare mai piu' ritorno, ed il governo Cinese prese direttamente in mano il controllo del Tibet.

Mentre il Dalai Lama ed altri esuli misero su' un "governo Tibetano in esilio" in India, in Tibet i Cinesi revocarono la maggior parte delle concessioni fatte, e misero la regione sotto controllo diretto. Come tutte le regioni della Cina, anche il Tibet soffri' terribili carestie durante il "Grande Balzo in Avanti", e distruzioni di monasteri e persecuzioni di religiosi da parte delle guardie rosse durante la Rivoluzione Culturale.  

Anche se dopo la morte di Mao le restrizioni sul culto e sulla vita privata sono state molto rilassate, come in tutta la Cina, il rapporto tra i Tibetani ed il potere centrale e' rimasto conflittuale. Seri disordini sono scoppiati a Lhasa sul finire degli anni ottanta, ed ancora nel 2008, poco prima delle olimpiadi, attirando l'attenzione del mondo intero. In entrambi i casi, le commemorazioni della rivolta del '59 sono state la miccia che ha fatto esplodere le proteste subito represse dall'esercito.

Intanto il Dalai Lama da molti anni continua ad affermare di essere disposto a negoziare con il governo Cinese, e di voler ottenere soltanto una maggiore autonomia per il Tibet, considerando irrealistica l’indipendenza totale. Tentativi di organizzare un negoziato tra le parti non hanno comunque portato a nulla.

La situazione di oggi

Non tutto quello che affermano i Cinesi sul Tibet e' inventato. Effettivamente il Tibet pre-annessione alla Cina Popolare non era certo il paradiso Buddista immaginato da molti. Si trattava di una societa' materialmente e socialmente arretrata, in cui perdurava un sistema di governo teocratico e semi-feudale opressivo per i nomadi ed i contadini. Superstizioni e modi di vivere secolari non erano stati minimamente scalfiti dall'avvento della modernita'.

Detto' cio', il Tibet dell'epoca non era neanche' l'inferno che ama descrivere la propaganda Cinese di oggi. Va' ricordato che vi erano gia’ stati dei veri tentativi di modernizzazione e di riforma nel primo ventesimo secolo, quando il tredicesimo Dalai Lama introdusse l’elettricità ed un minimo di istruzione laica a Lhasa ed aboli’ anche la pena di morte (rimasero pero' le terribili punizioni come l'amputazione e l'accecamento che i Cinesi amano usare come prova della barbarita' del vecchio Tibet).

Va' anche ricordato che storicamente molti conquistatori hanno utilizzato l'arretratezza dei popoli conquistati come giustificazione delle loro politiche. Anche se il Tibet pre-1950 aveva sicuramente un grande bisogno di riformarsi e modernizzarsi, e' da dubitare che molti Tibetani abbiano gioito per la maniera distruttiva ed insensata in cui la loro cultura venne attaccata durante il Maoismo, e sopratutto durante la rivoluzione culturale. 

Quello che invece va’ riconosciuto al governo Cinese e' di aver costruito una grande quantita' di infrastrutture moderne in Tibet, incluso la futuristica ferrovia che collega Pechino direttamente a Lhasa. Detto questo, l'altopiano rimane una delle regioni piu' povere della Cina, e nei villaggi molte cose non sono troppo cambiate da prima della “liberazione”. Sun Shuyun, una giornalista Pechinese, ha scritto un libro estremamente onesto ed illuminante sulla sua permanenza di un anno in un remoto villaggio Tibetano, dove molte donne sono ancora analfabete e preferiscono partorire in casa che in clinica, perche' nelle cliniche si trovano gli spettri di quelli che ci sono morti. Purtroppo il libro non e' stato tradotto in Italiano, ma qui trovate la versione Inglese.

Le affermazioni delle associazioni Tibetane in esilio e dei loro sostenitori riguardo ad un "genocidio culturale" messo in atto oggi dai Cinesi in Tibet sono decisamente esagerate e prive di senso. La verita' e' che in Tibet, come nelle altre "regioni autonome" della Cina, le autorita' concedono effettivamente un certo grado di rispetto alla lingua ed alla cultura locale. In Tibet le scuole elementari insegnano in Tibetano, mentre nelle medie ed i licei si passa gradualmente all'uso del Cinese.

Per quanto e' vero che per un Tibetano e' necessario conoscere il Cinese per trovare un lavoro di un certo livello, non si puo' dire che il governo Cinese stia cercando direttamente di sopprimere la lingua Tibetana, come hanno fatto in passato tanti stati Europei con i loro dialetti e lingue minoritarie. Al giorno d'oggi viene anche consentito ai Tibetani di seguire la propria religione e le proprie festivita' senza eccessive interferenze.


Un immagine moderna di Lhasa.

Quello che pero' molti Cinesi ignorano e' che i Tibetani soffrono anche di certe discriminazioni: ad esempio e' piu' difficile per un Tibetano ricevere un passaporto e viaggiare all'estero rispetto ad un cittadino Cinese di altra etnia (il governo teme che possano essere coinvolti in attivita' separatiste). Molti Tibetani lamentano anche di subire discriminazioni quando cercano lavoro. Per quanto il Tibet sia in teoria una regione autonoma, i posti piu' importanti nell'apparato statale sono occupati interamente da Cinesi Han. I Tibetani ricevono al massimo incarichi simbolici.

Una grossa fonte di scontento per i Tibetani e' rappresentata dall'immigrazione Cinese da altre regioni. Ci sono forti dibattiti sul numero effettivo di Cinesi Han stabilitisi in Tibet: il governo Cinese afferma che non superino il 10% della popolazione. I gruppi Tibetani in esilio invece sostengono che siano di gran lunga di piu'. Sicuramente a Lhasa gli Han sono ormai piu' dei Tibetani. Nel resto della regione invece i Tibetani sono ancora la maggioranza, probabilmente per via della remotezza dei centri abitati.

In genere gli immigrati Cinesi, per via del loro maggior livello di preparazione, tendono ad essere piu' ricchi dei Tibetani, e non sempre sono rispettosi della cultura locale, tacciando i "nativi" di essere pigri, arretrati e superstiziosi. Effettivamente i Tibetani tendono ad essere molto piu' focalizzati sul culto e molto meno sugli affari rispetto al Cinese tipico. La frustrazione contro l'immigrazione Cinese venne a galla durante i disordini del 2008, quando molti civili Cinesi Han o persino Musulmani Hui furono indistintamente attaccati dai manifestanti Tibetani, e a volte purtroppo uccisi. 

Qualsiasi tipo di attivismo politico Tibetano continua ad essere severamente represso. La venerazione del Dalai Lama e' ufficialmente bandita. Detto cio', quando visitai dei monasteri Tibetani nella provincia di Qinghai, vidi delle immagini del Dalai Lama appese sui muri e negli altari. Evidentemente le restrizioni sono solo teoriche, e nella pratica le autorita' preferiscono non calcare troppo la mano. Sicuramente il Dalai Lama rimane ancora l'oggetto di una reale devozione da parte di quasi tutti i Tibetani, per quanto i media Cinesi lo attacchino come "lupo travestito da agnello".

Capire quali sono le opinioni dei Tibetani comuni non e' facilissimo, siccome il governo Cinese non permette a studiosi stranieri di condurre serie ricerche in questo senso. Detto cio', appare chiaro che molti Tibetani continuano a vedere i Cinesi ed il governo centrale con sospetto e risentimento. Per questo motivo, il governo continua a reagire con la mano pesante a qualsiasi cosa percepisca come una sfida al suo potere. 

La situazione del Tibet non cambiera’ sicuramente di qui a poco, a meno di radicali sconvolgimenti nell’intera Cina. E’ impossibile immaginare che il partito al potere in Cina conceda l’indipendenza al Tibet, visto che buona parte della sua legittimita’ interna deriva dall’aver restaurato la dignita’ e l’unita’ della Cina, ed il separatismo rimane la sua bestia nera. I Tibetani sono pochi e non hanno nessuna possibilita’ di ribellarsi con successo. Eventuali pressioni internazionali (che nella realta’ sono quasi inesistenti) non cambieranno mai la situazione, anzi rischiano solo di rendere ancora piu’ intransigenti le posizioni dei Cinesi. 

E' probabile quindi che i sostenitori della "causa Tibetana" debbano rassegnarsi al fatto che, nel prossimo futuro, la situazione sul "tetto del mondo" non cambi granche'.